
ATTACCO USA IN VENEZUELA: L'ILLUSIONE CHE A RISOLVERE SIA LA FORZA
Bisogna capire bene a cosa può servire la guerra lampo quella lanciata da Trump sul Venezuela per arrestare il presidente Maduro e processarlo a New York a tempo di record
di Riccardo Cascioli
Non era difficile prevedere l'epilogo della crisi apertasi tra Stati Uniti e Venezuela, ne avevamo parlato giusto un mese fa. È stata una guerra lampo quella lanciata dal presidente americano Donald Trump all'alba del 3 gennaio e si è conclusa nel giro di poche ore con l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua deportazione a New York dove già oggi dovrebbe comparire a processo. Se "l'operazione antiterrorismo" - come l'ha definita Trump, anche per aggirare l'altrimenti necessaria approvazione del Congresso - è stata rapida, bisognerà attendere per capire come evolverà la situazione in Venezuela e non solo.
Ovviamente in queste ore si sprecano le analisi e gli approfondimenti, e anche noi ne facciamo (vedi nota in fondo all'articolo), ma prima di tutto c'è una domanda che non può essere evitata davanti a un intervento militare del genere: il fine giustifica i mezzi? Ammesso che un fine sia legittimo - come l'abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l'obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale?
La risposta non può che essere negativa.
Nessuna simpatia - e i nostri lettori lo sanno bene - per il regime socialista bolivariano instaurato dal presidente Hugo Chavez a partire dal 1999 e proseguito dopo la sua morte con il delfino Maduro. Un regime che ha ridotto alla fame il Venezuela, con oltre sei milioni di rifugiati all'estero; ha creato una feroce macchina repressiva, con migliaia di arresti arbitrari; ha trasformato il Paese in una centrale del narcotraffico; ha dato ospitalità a gruppi terroristi (vedi le colombiane Farc ma anche Hezbollah) puntando a destabilizzare soprattutto altri Stati latino-americani. E poi ha perpetuato il potere truccando le elezioni, incluse le ultime del luglio 2024 quando Maduro è stato proclamato presidente al posto di quello che gli osservatori stranieri ritengono il vero vincitore, il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia (dopo l'esclusione di Maria Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace).
Comprensibile quindi la gioia di moltissimi venezuelani alla notizia dell'arresto di Maduro; ma a parte le incertezze su quello che accadrà ora, rimane la questione di fondo.
Non solo perché chiaramente i motivi veri dell'intervento statunitense non hanno a che fare con la democrazia e il rispetto dei diritti umani (peraltro non è scontato che l'arresto di Maduro porti automaticamente a una transizione democratica), e primariamente neanche con narcotraffico e petrolio. È chiaro che la guerra lampo in Venezuela rientra nel più ampio disegno di una risistemazione degli equilibri mondiali fondata su zone d'influenza, o sulla definizione e rispetto dei "cortili di casa" delle grandi potenze. E il recente documento dell'amministrazione Trump sulla strategia di sicurezza nazionale considera chiaramente tutto il continente americano cortile degli Stati Uniti.
Si potrebbe dire che non è niente di nuovo, le grandi potenze da sempre cercano di esercitare la loro influenza sui Paesi strategicamente importanti, ed è vero. Ma il punto è che l'intervento militare, l'aggressione, non può essere un mezzo accettabile anche quando il fine può essere considerato buono.
Del resto è anche un'illusione, più volte dimostrata dalla storia, quella di poter creare condizioni di pace attraverso la guerra. Le guerre creano solo altre guerre, il riarmo chiama il riarmo. L'esperienza anche recente suggerisce che il dopo-Maduro potrebbe non essere per nulla pacifico e democratico; e inoltre l'intervento americano in Venezuela non è un episodio isolato: altri Paesi sono già nel mirino di Trump, Cuba e Iran su tutti. Non bisogna poi dimenticare il contesto internazionale, l'Ucraina "cortile di casa" della Russia e la Cina così incoraggiata e pronta ad annettersi Taiwan, solo per citare i casi più eclatanti che promettono di moltiplicare conflitti e tensioni.
Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Leone XIV ha affrontato proprio questo punto, invitando a rovesciare questa mentalità e ricordando che la pace non è una méta lontana ma «una presenza e un cammino» che vanno accolti e riconosciuti: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace», dice il Papa, che aggiunge: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». È la descrizione precisa del clima culturale in cui siamo immersi, in cui la guerra a tutti i livelli non solo appare inevitabile ma addirittura desiderabile; liquidare il cattivo di turno senza badare troppo alla forma viene chiamato giustizia; e l'uso della violenza e il cinismo vengono considerati realismo politico.
Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo dal titolo "Dopo l'arresto di Maduro non c'è un cambio di regime" ed Eugenio Capozzi nell'articolo dal titolo "Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela" parlano del blitz in Venezuela e del conseguente arresto del dittatore Nicolas Maduro, coerente con la nuova Strategia di sicurezza nazionale di Trump, per la quale il continente americano deve essere rimesso in sicurezza da ingerenze ostili.
DOPO L'ARRESTO DI MADURO NON C'È UN CAMBIO DI REGIME
Con un blitz da manuale, le forze speciali americane hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo hanno portato, in arresto, a New York dove verrà processato per narcotraffico. Non si era mai vista una "guerra" tanto breve e relativamente indolore, con zero perdite fra gli statunitensi e 40 morti fra i venezuelani. Ma adesso, che ne sarà del Venezuela? Se si dava per scontato un cambio di regime e un'affermazione delle forze democratiche, coalizzate attorno alla figura carismatica di Maria Corina Machado (premio Nobel per la Pace), l'intenzione di Trump sembrerebbe quella di tenere in piedi il regime comunista e controllarlo dall'esterno, per gestire il petrolio del paese nel modo più sicuro e "tranquillo" possibile. Questo, almeno, è ciò che si deduce dalla stessa conferenza stampa congiunta di Donald Trump, con Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra).
Così si abbatte un dittatore per tenere in piedi la sua dittatura? Prima di tutto è bene vedere come si sia arrivati sino a questo punto. Trump ha considerato illegittimo il presidente Nicolas Maduro sin dal 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel 2019 il successore di Hugo Chavez era stato riconfermato a seguito di elezioni fortemente contestate e palesemente truccate, costringendo all'esilio il principale oppositore Juan Guaidó. Nel 2020, Maduro era stato formalmente incriminato per traffico di droga dalla magistratura statunitense. Nel 2024, rieletto a seguito di elezioni ancor più palesemente fraudolente, a scapito del vero vincitore Edmundo Gonzalez Urrutia (ora in esilio in Spagna), Maduro è stato considerato illegittimo anche dall'amministrazione Biden e dall'Unione Europea. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha raddoppiato la taglia sul dittatore venezuelano.
Fra l'agosto 2025 e sabato 3 gennaio 2026, giorno del blitz, la pressione militare americana nei Caraibi non ha fatto che aumentare. Lo scopo dichiarato era quello di fermare il narcotraffico e tutti i barchini rapidi trovati sulle rotte della droga, anche senza previa ispezione, sono stati fatti saltare dalla Marina statunitense, provocando in tutto 120 morti, un'operazione di dubbia legalità (anche secondo le stesse leggi americane) che andava ben oltre il contrasto al traffico di droga. Nel frattempo, che lo scopo fosse più alto rispetto alla lotta antidroga, lo si deduceva dalla quantità e dalla qualità delle forze schierate a ridosso del Venezuela: la portaerei Ford, un sottomarino nucleare, un incrociatore lanciamissili e navi d'assalto anfibio con una forza di 10mila marines.
Con un'operazione simil-militare, Trump ha anche favorito l'esfiltrazione di Maria Corina Machado, permettendole di presenziare, a Oslo, alla cerimonia del Nobel per la Pace appena assegnatole. Un'ennesima umiliazione per Maduro, le cui proposte di trattative (l'ultima il 2 gennaio, alla vigilia del blitz) sono cadute inesorabilmente nel vuoto. Insomma, tutto faceva pensare a un cambio di regime. Una volta arrestato Maduro, Maria Corina Machado ha dichiarato, a nome di tutta l'opposizione: «Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma il futuro dell'opposizione ora è incerto, proprio per la proverbiale imprevedibilità del presidente americano.
Trump afferma che Delcy Rodriguez, vicepresidente di Maduro e presidente ad interim, rimarrà al suo posto e "collaborerà" con gli Usa. Al contrario, Maria Corina Machado, la "Lech Walesa del Venezuela", viene liquidata da Trump con parole sprezzanti: «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela».
Alla domanda se Delcy Rodríguez abbia fatto qualche promessa durante la telefonata dopo la cattura di Nicolás Maduro, tra cui l'espulsione degli avversari americani dal Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto stando sul vago: «Vedremo cosa succederà in futuro».
La nuova presidente del Venezuela, come prima cosa, chiede la scarcerazione immediata di Maduro e non si mostra affatto collaborativa. È una socialista convinta, scrive il Wall Street Journal, «che ha aiutato Nicolás Maduro a mantenere il potere per oltre un decennio, mentre l'economia del Paese crollava. Ora il presidente Trump conta dunque sull'estremista di sinistra Delcy Rodríguez (...) affinché collabori con gli Stati Uniti, che, secondo le parole di Trump, "iniziano a governare il Venezuela". Così facendo, lascia intatto il regime di Maduro e sceglie uno dei confidenti del leader deposto invece di Maria Corina Machado, leader dell'opposizione e sostenitrice di Trump, vincitrice del premio Nobel per la pace».
Restano al loro posto figure anche più impopolari e indifendibili. Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino è incriminato per traffico di droga, così come il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, responsabile delle sanguinose repressioni delle manifestazioni anti-Maduro.
Ma a quali condizioni governeranno? Per il Segretario di Stato, prima di tutto, sottraendo il petrolio al regime: «Perché 8 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela? - si chiede Rubio nella sua lunga intervista rilasciata a Meet the Press della Nbc - Hanno lasciato il Venezuela dal 2014 perché tutta la ricchezza del Paese è stata rubata a vantaggio di Maduro e dei suoi compari del regime, ma non a vantaggio del popolo venezuelano». La seconda condizione è che rompa i legami con i nemici degli Usa: «Non si può trasformare il Venezuela in un centro operativo per l'Iran, la Russia, Hezbollah, la Cina o gli agenti dell'intelligence cubana. Non si può continuare così. Non è possibile che le più grandi riserve di petrolio del mondo siano sotto il controllo di avversari degli Stati Uniti».
Ma ci sarà mai una transizione democratica? Nella conferenza stampa dopo il blitz, Trump parla esplicitamente di "transizione" che avverrà dopo un periodo più o meno lungo di gestione americana del paese, attraverso forze di regime collaborative (o costrette ad essere tali).
Il timore che la dittatura possa restare al potere, però, è condiviso da molti. Elliott Abrams, già Rappresentante speciale per il Venezuela nella prima amministrazione Trump, scrive su The Free Press: «Anche se a volte le analisi giornalistiche mettono in guardia da un altro Iraq, Siria o Afghanistan, questi paragoni sono assurdi. Il Venezuela ha una popolazione omogenea e una forte tradizione democratica. Non ci sono divisioni sociali o religiose come quelle che vediamo in Medio Oriente. Le istituzioni democratiche esistevano e devono essere rivitalizzate, piuttosto che inventate. Le elezioni dello scorso anno (del 2024, ndr) hanno mostrato esattamente ciò che vogliono i venezuelani, e il Paese è circondato da democrazie».
Ricorda Abrams, «Quando ho ricoperto il ruolo di Rappresentante speciale per il Venezuela durante il primo mandato di Trump, ho scoperto che la Cia era contraria a fare quasi qualsiasi cosa lì e ostile all'opposizione democratica. Forse è ancora così oggi. C'erano plutocrati venezuelani o dirigenti petroliferi statunitensi che venivano a Mar-a-Lago e sussurravano quanto sarebbe stata facile la vita se avessimo semplicemente stretto un accordo con il regime una volta che Maduro se ne fosse andato? Erano loro la fonte delle menzogne su María Corina Machado?»
Stefano Magni
La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
STRATEGIA DI SICUREZZA NAZIONALE TRUMPIANA, IL TEST DEL VENEZUELA
L'operazione "chirurgica" con la quale l'esercito statunitense ha deposto e arrestato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro non è certamente un evento inatteso o imprevedibile. Esso si inscrive logicamente nel quadro della politica estera del secondo mandato trumpiano, esposto in maniera particolareggiata nel documento sulla strategia di sicurezza nazionale pubblicato qualche settimana fa.
Come lo stesso presidente americano ha ribadito con insistenza nella conferenza stampa convocata dopo l'intervento, il Venezuela costituisce un tassello essenziale per la sicurezza degli Stati Uniti nell'"emisfero occidentale", ossia nella nuova "dottrina Monroe" che individua l'intero continente americano come zona in cui non possono essere ammesse intrusioni potenzialmente pericolose per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, del controllo delle infrastrutture e di quello delle materie prime strategiche.
Il regime chavista che da un quarto di secolo aveva sequestrato quel paese, precedentemente fiorente economia di mercato, imponendovi un disastroso socialismo populista, costituiva da questo punto di vista uno dei punti più dolenti per Washington. Esso era diventato nel tempo un avamposto degli interessi di potenza cinesi e russi nel subcontinente latino-americano, nonché un alleato della galassia islamista radicale, ossia dell'Iran e dei suoi sicari. Era naturale che Trump, approfittando della crescente debolezza del regime madurista, decidesse di dare ad esso una spallata decisiva, attrezzandosi per pilotare una transizione verso la restaurazione della democrazia: sia pur avvertendo nella conferenza stampa convocata subito dopo l'azione militare che la transizione non sarà un automatico passaggio di consegne alla leader dell'opposizione Maria Corina Machado, che, egli ha specificato, non appare abbastanza forte attualmente per garantire la stabilità del paese.
La caduta di Maduro rappresenta poi, evidentemente, un avvertimento a tutti i governi non filo-statunitensi del continente: dalla Colombia e Cuba, esplicitamente nominati da Trump come i prossimi possibili bersagli, a quelli più forti come il Brasile di Lula e il Messico, con i quali sono in corso trattative gestite in maniera "muscolare" dall'amministrazione. Si va comunque disegnando una mappa dell'America latina filotrumpiana, imperniata sull'Argentina di Milei, sul Cile del neo-eletto presidente José Antonio Kast, sull'El Salvador di Bukele e sul recentemente "allineato" governo di Panama.
È difficile comunque pensare, anche viste le modalità quasi indolori con cui il blitz statunitense si è svolto, che della "normalizzazione" di Caracas non siano state preventivamente informate le altre grandi potenze con cui sono in discussione grandi temi di coesistenza geopolitica, ossia la Cina e la Russia. Nonostante i dinieghi di Trump in proposito, è plausibile che Pechino e Mosca abbiano quanto meno fatto ormai implicitamente buon viso a cattivo gioco rispetto al disegno trumpiano di rafforzamento dell'area di influenza statunitense sull'"emisfero occidentale", e che siano rassegnati forse anche alla caduta, entro qualche tempo, del bastione cubano.
È chiaro che la politica interventista degli Stati Uniti in Sudamerica si inserisce nel progetto di Trump di passare da un multipolarismo mondiale disordinato, come è quello che è maturato a partire dai rivolgimenti della globalizzazione degli anni Duemila, a un multipolarismo "sistemico" imperniato su zone di egemonia chiaramente definite delle potenze maggiori, in cui comunque gli Stati Uniti facciano valere il più possibile la propria preminenza militare, economica e tecnologica. In tale quadro rientra anche, come più volte sottolineato dall'amministrazione statunitense, la stabilizzazione dello scacchiere asiatico e mediorientale, e quindi la risoluzione del conflitto russo-ucraino e la sconfitta della politica destabilizzatrice dell'Iran in Medio Oriente. L'operazione di Caracas, in questa logica, non a caso si assortisce ad una contemporanea, ulteriore pressione sul regime degli ayatollah, che in questi giorni stanno mettendo in atto l'ennesima repressione delle proteste popolari contro la loro feroce teocrazia a capo dell'internazionale jihadista.
Può, quella pressione, preludere a un ulteriore intervento militare contro Teheran per favorire la caduta di Khamenei? Lo capiremo presto. Non è da escludere, comunque, che il regime integralista sia diventato ormai fonte di imbarazzo anche per Pechino, e che Xi e Putin abbiano già scelto di abbandonarlo al suo destino. In cambio di quali contropartite? Per la Russia, sicuramente il riconoscimento delle sue conquiste in Donbass e la riammissione nel giro di affari e consultazioni politiche dei grandi paesi industrializzati occidentali, così come il mantenimento di posizioni in Medio Oriente e la partecipazione alla ricostruzione del dopoguerra a Gaza. E per Pechino? Si può ipotizzare che Trump abbia già dato una tacita concessione ad una futura annessione di Taiwan? Sarebbe coerente con la "sistematizzazione" in corso, anche se non scontato.
Infine, va sottolineato come la linea "muscolare" dell'amministrazione sulle zone vitali di sicurezza americana rifletta soprattutto l'approccio alla politica estera del Segretario di Stato Marco Rubio, molto sensibile peraltro anche per motivi personali ai destini dei paesi centro-sudamericani. È evidente come nel corso del primo anno del secondo mandato Trump la linea "America first" non solo non sia stata mai declinata, fin dall'inizio, come un isolazionismo "pacifista", ma sia stata progressivamente interpretata come un "interventismo realista". Tale approccio ha sicuramente creato delle forti crepe nella coalizione "Maga" (Make America Great Again, rendere di nuovo l'America grande, ndr) che aveva sostenuto la rielezione di Trump, con forti "mal di pancia" delle componenti più nazionaliste. E in tal senso è significativo che nella conferenza stampa non fosse presente, insieme a Rubio e al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, anche il vicepresidente J.D. Vance, che in genere accompagna sempre Trump nelle occasioni pubbliche più importanti.
È la sanzione del dissenso sulla linea di politica estera da parte di chi, come Vance, è più vicino alle suddette componenti? In tal caso, si potrebbe dire che ormai la battaglia per la successione tra lui e Rubio è stata ufficialmente dichiarata aperta.
Eugenio Capozzi
La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
DOSSIER "DONALD TRUMP"
Il presidente nemico del politicamente corretto
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Titolo originale: Attacco Usa in Venezuela: l'illusione che a risolvere sia la forza
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 5 gennaio 2026
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