
NOELIA UCCISA DA UNO STATO SENZA UMANITA'
La tragedia della 25enne, che la Spagna ha fatto sedere sulla sedia elettrica dell'eutanasia dopo una vita di ingiustizie, violenze e dolori psicologici e fisici
di Tommaso Scandroglio
«Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». E così due giorni fa, in Spagna, la 25enne Noelia Castillo Ramos è stata uccisa secondo un protocollo medico. In termini tecnici questo omicidio si chiama eutanasia.
L'origine del dramma di quest'anima trista? Nessuno ha il coraggio di dirlo: il divorzio dei genitori. Vietato negare che il divorzio non uccida almeno nell'intimo i figli. Dunque lì iniziano per Noelia le sue sofferenze psicologiche che la porteranno a sottoporsi a cure psichiatriche fin da quando aveva 13 anni. Passa l'adolescenza lontano dalla famiglia in vari istituti e in una casa famiglia. Una ragazza così fragile è la vittima perfetta dei lupi. Viene violentata dal suo ex e da due ragazzi in discoteca. Gli stupri plurimi sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua immane sofferenza: nel 2022 tenta il suicidio gettandosi da una finestra del quinto piano di un palazzo. Sopravvive, ma rimane paraplegica. Non camminerà più.
Per sempre inchiodata su una carrozzina. In un'intervista su Antena 3, registrata 24 ore prima che morisse (fin dove giunge la pietas mediatica...), Noelia afferma di soffrire di disturbo borderline di personalità e disturbo ossessivo-compulsivo. Non ci sorprende dopo quello che ha passato. E non ci sorprende nemmeno sapere che una persona non pienamente in sé, come da lei stessa ammesso, possa legalmente accedere all'eutanasia, dato per poter far esercitare i cosiddetti diritti civili non si va tanto per il sottile. La giovane «conserva la capacità di prendere qualsiasi tipo di decisione, inclusa quella di sottoporsi all'eutanasia» sovrascrivono i giudici sull'evidenza che dice altro. Infatti il libero consenso dovrebbe significare anche libero da condizionamenti derivanti da disturbi psichiatrici.
LA RICHIESTA DI EUTANASIA
Torniamo indietro di qualche anno. Nel luglio del 2024 la Commissione catalana di garanzia e valutazione approva la sua richiesta di eutanasia. Il padre impugna la decisione. Il 1° agosto il Tribunale Amministrativo di Barcellona sospende la procedura: Noelia sarebbe dovuta morire il giorno dopo. Inizia una battaglia legale tra il padre che la vuole viva e la figlia che si vuole morta. Il Tribunale di Barcellona conferma la legittimità di uccidere quest'anima in pena. Il padre si oppone nuovamente, ma l'Alta Corte di Giustizia della Catalogna conferma la sentenza di primo grado. Il padre non si arrende, ma viene sconfitto ripetutamente: dalla Corte Suprema poi dalla Corte Costituzionale ed infine dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Non accanimento giuridico, ma speranza di un padre contro ogni speranza legale.
Sempre ad Antena 3 Noelia ha raccontato: «Non avevo obiettivi né scopi. Non ho voglia di fare niente, di uscire, nemmeno di mangiare. Mi sono sempre sentita sola, mai capita e nessuno ha mai provato empatia per me». Leggete qui cosa ha scritto il 13enne che accoltellato la sua professoressa di francese a Trescore nel bergamasco prima di compiere l'efferato gesto: «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco. [...] Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. [...] La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. [...] La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».
Certo, le due vicende sono molto differenti, ma presentano tratti comuni. Il primo: la vita non ha più senso. E quando la vita perde senso e non trovi più alcuna soluzione per darne a lei uno, ecco che l'unica risposta è la morte. Morte data a sé o morte inflitta. Nella morte c'è il senso di una vita senza scopo. Nel Caligola di Albert Camus il tiranno ordina di uccidere in modo indiscriminato molte persone anche a lui vicine e al termine del dramma manda in frantumi lo specchio che lo ritrae, gesto simbolico dell'annientamento di sé e della perdita di unità del "Sé". Caligola volutamente orchestra la propria morte per mano dei congiurati e l'aspetta come atto liberatorio. Allora nella figura disperata di Caligola troviamo unificata l'altrettanto disperata vicenda di Noelia e del ragazzo 13enne.
SENZA COMPRENSIONE DEGLI ALTRI
In entrambi i casi poi questi ragazzi non sono riusciti nemmeno ad aggrapparsi a quel relitto che è la comprensione degli altri. Non rileva qui se questa vicinanza affettiva è mancata per colpa dei genitori, degli insegnanti e degli amici o perché questi due ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla o per un concorso di colpa. Su questo aspetto bisognerebbe essere crudamente onesti fino in fondo. Rileva che questi ragazzi, alla fine, non si sono sentiti stimati e voluti bene. Se una persona percepisce nel proprio cuore questa voce: "Io valgo per lui", non si toglie la vita e non vuole annientare con la morte il mondo che odia, perché inizierà a non odiarsi più e a non odiare più gli altri. Entrambi questi ragazzi sono sprofondati nella solitudine più torbida. Entrambi protestavano contro la mancanza di empatia, di conforto. La solitudine, che era diventata autoemarginazione dettata dalla incomprensione, aveva assunto l'aspetto di un'angusta stanza buia. La morte, per paradosso, una finestra di luce dentro questa stanza.
Lo Stato spagnolo - ma quello italiano si sarebbe comportato in modo identico - ha scelto di fare evadere Noelia da quella finestra, ha scelto di farla sedere sulla sedia elettrica dell'eutanasia. I giudici e la legge spagnola sull'eutanasia hanno avallato tutte le ragioni della disperazione, del dolore, della sofferenza di questa ragazza. Hanno confermato Noelia nel suo giudizio che questa vita non ha senso alcuno, che è solo un pacco che, come diceva Ettore Petrolini, la levatrice spedisce al becchino. Questa visione giuridica non è solo liberale, neutra - chi vuole vivere viva e chi vuole morire muoia - bensì è anche e soprattutto schierata con la morte. Ne diviene alfiere. È un diritto che è ontologicamente ferale e letale e che rispecchia e insieme fomenta aneliti tanatofili nella società.
Questo accade perché viviamo in Stati privi di trascendenza, di autentiche e alte visioni, Stati vuoti di umanità e immiseriti nell'immanenza dell'utile e del piacere, nell'immanenza di quella banalità così lucidamente e perfettamente condannata da quel ragazzino di 13 anni che la sofferenza, per certi versi, ha fatto maturare anzitempo. E dunque se una giovane chiede di morire perché non ha più speranze e perché non capisce come il dolore possa avere senso, come questa ragazza potrebbe trovare una risposta diversa da quella che lei stessa si è data in uno Stato spogliato da qualsiasi valore decisivo per l'esistenza, denudato da ogni sostanza morale?
Sì, che lo Stato torni ad essere etico, ma non in senso hegeliano, bensì cristiano. O almeno umano.
Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Tommaso Scandroglio, nell'articolo seguente dal titolo "Donazione di organi post-eutanasia, tutti i problemi etici" parla del caso di Noelia che ha riacceso i riflettori sulla donazione di organi a seguito di eutanasia. Un legame che genera pressioni sia per i pazienti che per i medici, favorendo una deriva eutanasica. Il possibile conflitto di interessi. E il rischio che la donazione diventi la causa della morte.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026:
Noelia, la ragazza spagnola di 25 anni che è morta per eutanasia il 26 marzo scorso, aveva chiesto che venissero donati i suoi organi dopo la morte. La pratica, oltre ad avere un proprio acronimo - ODE (Organ Donation Euthanasia) - e ad aver meritato l'attenzione di ampia letteratura scientifica sin dai primi anni Duemila, è normata in Belgio, Paesi Bassi, Canada e Spagna. Da noi non esiste una disciplina normativa specifica per il semplice motivo che la donazione può avvenire a seguito di qualsiasi causa che abbia determinato la morte, naturale o volontaria per mano propria o altrui. La combinazione eutanasia-donazione potrebbe ampiamente prendere piede con la diffusione dell'eutanasia dato che, come rilevato dall'articolo scientifico Potential Number of Organ Donors After Euthanasia in Belgium (Numero potenziale di donatori di organi dopo l'eutanasia in Belgio), circa il 10% dei pazienti morti per eutanasia può essere adatto alla donazione. La percentuale è recentemente salita al 14% in Spagna.
Un recente articolo scientifico dal titolo Organ Donation After Medical Aid in Dying: An Ethical Overview (Donazione di organi dopo il suicidio assistito: una panoramica etica), pubblicato su Bioethics il novembre scorso, ben sintetizza quali sono le criticità della donazione post-eutanasia. La prima, già rilevata in casa nostra dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nel 2021 (cfr. Accertamento della morte secondo il criterio cardiocircolatorio e "donazione controllata": aspetti etici e giuridici, 3.1), riguarda l'effetto adiuvante nella decisione di scegliere l'eutanasia generato dalla possibilità di donare gli organi. La persona potrebbe essere condizionata a scegliere l'eutanasia perché in tal modo potrebbe donare gli organi. Decidere di non morire potrebbe venire percepito dal soggetto stesso o anche da altre persone come atto egoistico, soprattutto quando i suoi organi potrebbero salvare un parente o un amico. La pressione psicologica condizionante deriverebbe non solo dalla mera possibilità di scelta di donare gli organi, ma anche, più concretamente, dagli operatori sanitari che, a loro volta condizionati dalla penuria di organi e, conseguentemente, dai tempi di attesa assai lunghi, potrebbero essere spinti a persuadere la persona a morire al fine di compiere questo gesto altruistico. Il rischio di tale condizionamento aumenterebbe in relazione a situazioni di particolare vulnerabilità psicologica (vedi il caso di Noelia).
In ambito medico questo effetto plagio è ben noto e sfruttato. In Ontario e Québec l'organizzazione responsabile della donazione di organi informa immediatamente il paziente candidato all'eutanasia della possibilità della donazione. In modo analogo avviene in Spagna. Per ovviare a questo problema - ma la soluzione è chiaramente inefficace - si suggerisce un distanziamento temporale tra la decisione di ricorrere all'eutanasia e la scelta della donazione degli organi (cfr. E. Scalcon, I nuovi orizzonti delle decisioni di fine vita e della donazione di organi in Italia, BioLaw Journal - Rivista di BioDiritto, n. 1/2023, p. 158).
Oltre alla pressione psicologica sul paziente, esiste - ed è ancor più incidente - il rischio di questa stessa pressione sui medici. Il CNB, nel documento già citato, sottolinea che la tentazione di prelevare organi da un paziente possa spingere qualche medico molto "altruista" a qualificare come accanimento terapeutico ciò che è invece eutanasia: un'eutanasia, tra l'altro, praticata su persona non consenziente se non dissenziente. In parole povere si potrebbe verificare un abbandono terapeutico del paziente venduto a lui e ai parenti come astensione da pratiche ritenute inutili o inefficaci, tutto questo per predare organi dal paziente stesso. A monte è lo stesso rischio che abbiamo con il criticabilissimo criterio per determinare la morte di una persona che fa riferimento alla «cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo» (art. 1, l. 578/1993). In pratica si corre il rischio di prelevare organi da un paziente dichiarato morto, ma che in realtà era vivo e che poteva continuare a vivere se debitamente assistito [cfr. R. de Mattei (ed), Finis vitae: la morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino].
Un secondo problema della donazione a seguito di eutanasia è l'eventuale conflitto di interessi tra l'équipe preposta alla pratica dell'eutanasia e quella per l'espianto degli organi. A tal proposito la legge n. 91/1999 all'art. 18 parla chiaro: «I medici che effettuano i prelievi e i medici che effettuano i trapianti devono essere diversi da quelli che accertano la morte». In modo analogo il CNB così si esprime: «L'indipendenza garantisce che l'accertamento della morte sia basato su dati obiettivi e che non subisca alcuna influenza o condizionamento indotti dalla finalità della donazione. Deve quindi essere escluso ogni possibile conflitto di interessi tra le équipe coinvolte nelle varie fasi del processo di accertamento e di prelievo» (3.6).
Una terza criticità emerge in relazione al criterio della "dead donor rule", ossia la donazione deve essere l'effetto della morte, non la causa. Nel caso opposto avremmo un assassinio compiuto per un fine buono: ma sempre di omicidio si tratterebbe. Il problema emerge almeno per due ordini di motivi. Il primo: i preparati letali che vengono usati per l'eutanasia potrebbero compromettere la qualità degli organi da espiantare. Meglio quindi, in questa ottica utilitaristica, provocare la morte del paziente sullo stesso tavolo operatorio su cui verranno prelevati gli organi. Il secondo: uccidere direttamente un paziente sul tavolo operatorio, tramite il prelievo degli organi dopo averlo sottoposto ad anestesia, assicura che gli organi siano freschi e quindi di qualità eccellente per il trapianto. Come emerge dalla lettura di Organ donation euthanasia (ODE): performing euthanasia through living organ donation (Donazione di organi da eutanasia (ODE): eseguire l'eutanasia attraverso la donazione di organi da vivente) non avremmo più una donazione mediante eutanasia, bensì un'eutanasia mediante donazione. Sarebbe l'atto dell'espianto a configurare eutanasia.
Altro problema, seppur non rilevato dall'articolo pubblicato su Bioetichs, è quello del ricevente: vorrà egli ricevere un organo di un suicida o di persona morta per eutanasia? Un'organizzazione in Belgio e Olanda che si occupa della destinazione degli organi suggerisce di informare il ricevente se ciò accadesse. Di contro, in Spagna, il Protocollo nazionale per la donazione di organi a seguito dell'attuazione delle prestazioni di suicidio assistito vieta di fornire questo tipo di informazioni: tutto deve essere coperto dall'anonimato.
Ma veniamo forse al pericolo maggiore. L'eutanasia è una pratica intrinsecamente malvagia, la donazione è di suo pratica buona. Connettendo queste due pratiche la bontà della donazione potrebbe indebitamente trasferirsi all'eutanasia e così potremmo arrivare a parlare di eutanasia del buon samaritano, di eutanasia filantropica, di eutanasia per altri (dato che abbiamo già la gestazione per altri), di eutanasia altruistica. Scienza & Vita in un articolo del gennaio scorso dal titolo Eutanasia e donazione di organi a tal proposito scrive: «la bontà del fine (il trapianto) potrebbe far distogliere l'attenzione sul giudizio negativo rispetto alle pratiche eutanasiche». Il rischio è quello che «la donazione venga percepita come un modo per attribuire un valore sociale o morale alla propria morte». L'eutanasia avrebbe così valore non solo per il diretto interessato, ma anche per gli altri: l'eutanasia acquisterebbe valore sociale e quindi verrebbe incoraggiata anche per questo motivo. Sarebbe un morire sostenibile perché utile, dato che vedrebbe un riciclo del corpo umano. E così assisteremmo all'«ingresso in campo medico e sociale di logiche utilitaristiche, contrarie alla dignità umana. Se la vita dell'uomo può "valere meno" a determinate condizioni, non stupisce la diffusione di pratiche che finiscono per considerare l'altro un mero mezzo per il bene di altri». Parlar d'amore per gli altri quando di mezzo c'è un omicidio odora sempre di zolfo.
Titolo originale: Noelia uccisa da uno Stato senza umanità
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 marzo 2026
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