ARBITRATO ISLAMICO: A PADOVA ARRIVA LA SHARIA
Compare a sorpresa in Italia un tribunale islamico che si ripropone di risolvere controversie civili fra musulmani sulla base della Sharia e non della legge italiana (si vuol fare un sistema giuridico parallelo islamico)
di Souad Sbai
L'avanzata del progetto legato all'islam politico non accenna a fermarsi, sollevando un interrogativo fondamentale che l'Italia non può più ignorare. Per anni la strategia dell'islam politico si è sviluppata attraverso la costante ricerca di intese e la pretesa di rappresentare la comunità di fronte alle istituzioni. Oggi quella parabola cambia pelle, spostando il baricentro dell'azione dalle aule istituzionali direttamente alle aule di tribunale.
A Padova prende forma una Camera arbitrale con un "Tribunale Sciaraitico", sollevando un interrogativo immediato sulla provenienza dell'autorizzazione.
La sede indicata è in via Armistizio 13. Lo Statuto la definisce un'associazione non riconosciuta, costituita ai sensi degli articoli 36 e seguenti del Codice civile, con l'obiettivo di promuovere l'arbitrato nella comunità islamica italiana. Lo Stato rimane estraneo a questa struttura, che non appartiene alla Repubblica né esercita una giurisdizione pubblica. Si tratta di un organismo privato operante nel perimetro dell'arbitrato, uno strumento lecito che non può però creare ordinamenti paralleli.
Il regolamento della Camera arbitrale rende la questione concreta, prevedendo l'applicazione prioritaria dei precetti della Sharia comuni alle nazioni islamiche per le decisioni secondo diritto e l'interpretazione del Paese d'origine se le parti ne condividano la cittadinanza. Il diritto italiano viene così degradato a criterio residuale per colmare le materie non coperte dalla legge islamica.
IL VERO NODO GIURIDICO
In questo passaggio risiede il vero nodo giuridico. La legge italiana non può essere integrativa, poiché l'autonomia negoziale si arresta necessariamente davanti a norme inderogabili, diritti fondamentali, uguaglianza e giusto procedimento. La facoltà di scegliere l'arbitrato non autorizza in alcun modo a sottrarsi ai capisaldi costituzionali.
Trattandosi di un impianto dichiaratamente confessionale, il richiamo formale alle norme inderogabili rischia di rivelarsi una mera clausola di stile. L'impianto procedurale stesso, infatti, riflette un'impronta religiosa, ispirandosi ai canoni processuali sciaraitici, applicando la Sharia per le controversie sotto i 5mila euro e richiamando precedenti di corti islamiche o formule liturgiche.
Ma un conto è garantire la libertà religiosa, diversa è la scelta di permettere che un gruppo strutturi un sistema in cui il precetto confessionale assume il ruolo di parametro primario e la legge italiana diventa residuale. Il fenomeno più insidioso risiede proprio nell'occupazione progressiva di spazi d'autonomia privata attraverso organismi formalmente leciti, col rischio di generare comunità regolative separate. Nemmeno l'obiezione della libera adesione regge il confronto con la realtà, poiché chi sceglie l'arbitrato continua a muoversi nei confini dell'ordinamento, senza poter disporre di diritti intoccabili o applicare norme estranee ai valori costituzionali.
Di conseguenza, l'interrogativo si impone con urgenza sulle dinamiche che si innescheranno quando una norma sciaraitica colliderà con una disposizione inderogabile italiana. La risposta deve essere definita a priori, perché nei momenti di frizione la vicenda assume una valenza squisitamente politica.
UNA MAGISTRATURA STATALE PARALLELA
Nessuno sostiene che sia sorta una magistratura statale parallela. Il problema reale è l'esistenza di un organismo privato che rivendica la gestione delle controversie mediante un procedimento sciaraitico. Così, in attesa di un avallo dall'alto, si edificano dal basso strutture capaci di far penetrare i precetti religiosi nella vita quotidiana.
Per questo motivo, ieri (7 ottobre) abbiamo presentato un esposto alla Procura della Repubblica chiedendo di: accertare la natura giuridica, l'organizzazione e le concrete modalità operative della cosiddetta Camera Arbitrale Islamica Italiana. Acquisire il regolamento arbitrale e verificare la compatibilità delle procedure adottate con i principi costituzionali di uguaglianza, libertà personale, diritto di difesa e tutela giurisdizionale. Verificare la correttezza della dichiarazione relativa agli effetti delle decisioni arbitrali nell'ordinamento italiano. Accertare se, nell'attività concretamente svolta, emergano condotte lesive di diritti fondamentali o altri fatti penalmente rilevanti, adottando, ove ne ricorrano i presupposti, i provvedimenti di competenza.
In questa prospettiva, denunciare il meccanismo significa salvaguardare il primato dello Stato di diritto. La tutela della fede rimane inattaccabile, ma la giustizia non può mai diventare confessionale. L'Europa intera dovrebbe prestare attenzione alla costruzione graduale di questi spazi paralleli dove principi estranei rischiano di trasformarsi in regole operative. Al contempo, l'ordinamento deve verificare che sotto il paravento della libera adesione non si annidi una coercizione sociale sui soggetti deboli, offrendo risposte limpide prima che questa dinamica diventi irreversibile.
Nota di BastaBugie: Anna Bono nell'articolo seguente dal titolo "Se arrivano i giudici della Sharia, a perderci saranno i più deboli" parla della legge coranica, o Sharia, che, lungi dall'essere tollerante, ha recepito tutte le caratteristiche della società tribale pre-islamica: realmente patriarcale e gerontocratica. Un tribunale islamico in Italia lascerebbe ancor più indifesi i più deboli fra i musulmani: donne e minori.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 9 ottobre 2026:
L'istituzione di una Camera Arbitrale Islamica Italiana, con sede a Padova, solleva degli interrogativi. Il primo, fondamentale, è: perché mai dei musulmani dovrebbero sentire il bisogno di ricorrere ad "arbitrati secondo Sharia" invece di affidarsi alla giustizia italiana? La prima risposta che viene in mente è che se vogliono ricorrere a un arbitrato secondo Sharia è per ottenerne qualcosa in deroga alle leggi in vigore in Italia, qualcosa che dalla giustizia italiana non potrebbero ottenere; e questo grazie al fatto che gli «Arbitri della Camera – si legge aprendo la pagina web dell'associazione istituita il 3 marzo 2026 – sono vincolati a decidere la controversia secondo i principi immutabili della Sharia, garantendo fedeltà ai valori della nostra fede».
Ma, secondo la Camera Arbitrale, i vantaggi per i musulmani, fondamentali, sono principalmente tre: a differenza delle aule di tribunale pubbliche, l'arbitrato si svolge in via riservata, preservando così la dignità e la reputazione delle parti, specie in questioni famigliari o sensibili; le parti mantengono dei legami comunitari e, come raccomandato dal Corano, viene incoraggiata la conciliazione; le parti mantengono un maggiore controllo sulla procedura, inclusa la scelta degli arbitri, della sede dell'arbitrato e soprattutto della legge applicabile.
Posto che si ammetta davvero l'introduzione in Italia di una Camera Arbitrale Islamica autorizzata ad emettere giudizi vincolanti, a tutti gli effetti, altri interrogativi si pongono. Due riguardano principalmente le questioni relative al diritto di famiglia e di successione che verranno trattate dagli arbitri e la tutela delle categorie deboli. La Sharia non solo ammette, ma prescrive discriminazioni e violazioni dei diritti e delle libertà personali, ai danni soprattutto di donne e minori. Ha recepito i valori e le istituzioni delle società patriarcali, gerontocratiche e autoritarie dell'epoca di Maometto. L'islam è nato in quelle società e ne è la manifestazione fino ai giorni nostri.
Perciò c'è il rischio, anzi la fondata certezza di lasciare indifese tante donne. Anche se la possibilità di ricorrere all'arbitrato della Camera dovrà essere consensuale, cioè accettata da tutte le parti in causa e quindi frutto di libera scelta, molte donne musulmane che vivono in Italia non sono infatti in grado di rifiutare il ricorso all'arbitrato della Camera islamica e chissà quante non sanno neanche di averne il diritto e che vigono in Italia leggi diverse da quella sharaitica. Una persona può rifiutare di essere giudicata in base alle leggi della propria comunità soltanto se sa che esistono altri valori e altre istituzioni che meglio la tutelano.
Si pensi alla donna marocchina, sposata a un connazionale, residente in Italia da 15 anni, alla quale di recente il sindaco di Cadoneghe, un comune alle porte di Padova, per due volte ha rifiutato di concedere la cittadinanza italiana perché lei non parla italiano, è incapace di rispondere anche alle domande più semplici. Per certo quella donna non ha la minima idea delle leggi italiane, dei suoi diritti e di quelli dei suoi figli. Se un giorno le fosse proposto di affidarsi al giudizio della Camera Arbitrale per dirimere una questione, di sicuro accetterebbe, forse persino riconoscente di poter comparire di fronte a esperti in Sharia, quindi persone ai suoi occhi degne di fiducia, autorevoli.
Ma il consenso all'arbitrato, invece di ricorrere alla giustizia italiana, può non essere spontaneo, ma forzato, estorto, anche quando si tratta di donne che pure conoscono le leggi italiane. Per opporsi all'arbitrato una donna deve essere indipendente economicamente e, quel che più conta, essere in grado di resistere alle pressioni famigliari e sociali. Tante donne immigrate da paesi africani e asiatici, per le condizioni di isolamento culturale e sociale in cui vivono, non si possono permettere di andare contro la loro famiglia, la loro comunità, non ne hanno la forza e neanche i mezzi.
Al di là delle considerazioni relative alla libertà di scelta, accettare l'introduzione di arbitrati fondati su norme diverse da quelle della costituzione italiana - e questo potrebbe valere anche per altre religioni e nazionalità - significa scegliere la tribalizzazione come modello di società, istituzionalizzare forme di sviluppo diverso e separato.
Peraltro, e per inciso, quanto siano "immutabili" i principi della Sharia, nella loro traduzione in norme, è un altro punto interrogativo che sorge, dal momento che, sempre secondo la pagina web dell'associazione, «se tutte le parti provengono dalla stessa nazione o regione, la controversia sarà risolta applicando la Shari'a interpretata e consolidata nel loro paese d'origine, per la massima pertinenza culturale e legale».
Proprio se le controversie affidate all'arbitrato riguardano questioni relative all'ambito famigliare, si può immaginare quanto diversi potranno essere gli arbitrati emessi quando le parti sono, ad esempio, di origine marocchina o invece afgana o somala. Il diritto di famiglia in vigore in Marocco dal 2004 ha adottato, in rottura sostanziale con la tradizione sharaitica, il principio di uguaglianza e responsabilità congiunta dei coniugi. Non così l'Afghanistan, dove i talebani hanno rafforzato il sistema patriarcale proprio invocando la Sharia, e in Somalia, dove la tradizione sharaitica è rispettata e si coniuga, consolidandole, con le norme del diritto consuetudinario, tribale.
Titolo originale: Arbitrato islamico. A Padova, la Sharia entra dalla porta di servizio
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 ottobre 2026