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COSA CI INSEGNA IL SACERDOTE UCCISO DA UNA CROCE DURANTE LA MESSA

Non è una tragica beffa, ma un invito alla conversione (come testimoniano le sue ultime parole sul destino di ciascuno e sul primato di Dio)

di Antonello Iapicca

 

Chissà quanti lo hanno pensato: una tragica beffa. Un sacerdote celebra la Messa e una croce di legno, alle sue spalle, gli cade addosso e lo uccide. Il segno della nostra salvezza colpisce a morte un ministro di Cristo mentre celebra l'Eucaristia. Su questa vicenda - che ha avuto come protagonista e vittima padre Patricio Alfredo Sànchez Molinari, sacerdote redentorista di 53 anni a Guayaquil, in Ecuador - si moltiplicano i commenti, spesso teologicamente impeccabili. Eppure resta una domanda piantata nella mente come una freccia incandescente: ma Dio dov'è? Un prete ucciso da una croce durante la Messa.
Si può immaginare uno scandalo più feroce? Siamo sinceri. Possiamo dire che i disegni di Dio sono misteriosi e abbandonarci alla Sua volontà. Tutto vero. Ma le parole consolatorie rischiano di scivolare sulla superficie, senza raggiungere la ferita. Perché questa morte ci mette davanti qualcosa che ci terrorizza: lo svelamento improvviso, brutale, della nostra vulnerabilità. È questo che ci scandalizza: siamo vulnerabili, sempre, ovunque. Perfino in chiesa, sull'altare, nel momento più santo della vita cristiana. E proprio questo non lo sopportiamo.
Accettiamo a parole di essere fragili, ma in quanto cristiani ci sembra di avere diritto a una protezione speciale. Come se, servendo Dio, pregando, celebrando i Sacramenti, ci fosse dovuta una certa invulnerabilità. Come se Dio dovesse garantirci che almeno nelle cose sante, almeno durante la Messa, nulla possa accaderci. E questo significa nel matrimonio, nel lavoro, nelle amicizie, in tutto quello che di noi è più santo, intimo, importante. L'idea che un cristiano possa essere ucciso proprio da una croce, nel luogo in cui annuncia la vittoria sulla morte, ci appare inaccettabile. Che si possa morire interiormente proprio in quella che appare la volontà santa di Dio, magari per il tradimento del marito, un figlio che si perde, un lutto prematuro. Questo evento manda in frantumi l'immagine rassicurante di Dio che ci siamo costruiti.

IN QUALE DIO CREDIAMO?
Allora, in quale Dio crediamo? Nel Dio rivelato in Cristo, oppure in un dio che deve proteggere i nostri progetti e premiare la nostra religiosità? Dietro tante spiegazioni affiora una fede ancora infantile, sentimentale, spesso volontarista. Facciamo cose per Dio e, in fondo, ci aspettiamo che Lui ci risparmi l'imprevisto, il dolore, l'assurdo. Quando la realtà disobbedisce al nostro copione, ci scandalizziamo. Sarebbe presuntuoso spiegare perché quel sacerdote sia morto così, attribuendo a Dio intenzioni che ignoriamo. Ma sarebbe altrettanto comodo sottrarci alla domanda che questo fatto ci pone. Preti, suore, sposi, padri, madri: su che cosa poggia davvero la nostra fede? Sul Dio vivo, che ci ama anche quando tutto sembra contraddirlo, oppure sull'immagine rassicurante che ci siamo costruiti?
Ma guardiamo Cristo crocifisso. Vediamo il dolore, l'amore, il perdono, il sacrificio per i nostri peccati. Tutto vero. Eppure rischiamo di sorvolare proprio sull'evidenza più sconvolgente: Gesù si è fatto totalmente vulnerabile. Il Figlio di Dio, consegnato dal Padre, si è consegnato nudo alla storia, agli eventi, agli aguzzini. Nel Getsemani ha conosciuto paura e angoscia. Ha abbracciato la volontà del Padre sino alla morte. E proprio così ci ha salvati. La Croce rivela un Dio che entra nella nostra vulnerabilità per unirci a Sé e farci vivere la vulnerabilità con dentro già la vita eterna. Non un dio che ci mette al riparo dalla vita.

CI ILLUDIAMO DI GOVERNARE TUTTO
Noi riempiamo agende, programmiamo ogni minuto, affidiamo perfino all'intelligenza artificiale l'organizzazione della nostra vita. Ci illudiamo di governare tutto, mentre non controlliamo neanche un secondo della nostra vita, né quella delle persone che amiamo. È questo che ci spaventa. La Lettera agli Ebrei parla di quanti, «per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15). Cristo ha assunto fino in fondo questa nostra condizione e, morendo e risorgendo, ci ha liberati da quella schiavitù. Siamo creature, fragili e libere, vasi di creta che portano un tesoro immenso. Cristo ci permette di vivere questa fragilità senza esserne divorati, perché in Lui abbiamo già tutto. Anche ciò che appare assurdo può diventare, con Lui, una Pasqua.
Quel sacerdote, proprio mentre celebrava l'Eucaristia, è stato raggiunto dalla morte nel modo più impensabile. Lì, dove il Cielo è già presente e Cristo dona la Sua vita, ci è stata messa davanti la verità della nostra condizione. Ogni istante può essere il passaggio da questo mondo al Padre. Con Lui possiamo attraversare anche ciò che appare assurdo senza perdere tutto, perché in Lui abbiamo già tutto. Questo evento ci chiama a conversione: a lasciar cadere la pretesa di essere invulnerabili, ad accogliere Cristo e a vivere con Lui anche l'assurdo. Nudi, poveri, fragili, mendicanti. Proprio così possiamo accogliere senza riserve Colui che viene a riempire, compiere e salvare la nostra vita.

Nota di BastaBugie: Stefano Chiappalone nell'articolo seguente dal titolo "Schiacciato dalla croce: la morte di padre Patricio e la nostra" parla del redentorista 53enne travolto dal grande crocifisso nella chiesa di Guayaquil, sotto gli occhi dei fedeli e del web. La scena è diventata virale, ma è passata inosservata la "vera" notizia: le ultime parole del sacerdote sul destino di ciascuno e sul primato di Dio.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 ottobre 2026:

Padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari, redentorista di 53 anni, è morto sull'altare, ma questa volta non è un caso di persecuzione anticristiana, bensì un incidente - non meno scioccante - avvenuto tra le mura della chiesa sotto gli occhi dei fedeli, presenti e virtuali. Il dramma infatti è stato colto in tutta la sua tragicità dall'occhio impietoso della rete durante una normale trasmissione in streaming della Messa di sabato sera, 17 ottobre, nella parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Guayaquil, in Ecuador. A metà circa della celebrazione, al momento della preghiera dei fedeli, il grande crocifisso appeso sulla parete absidale si è staccato, abbattendosi sull'ignaro sacerdote.
Costernazione nell'arcidiocesi di Guayaquil, che annunciando la morte del sacerdote («è salito alla casa del Padre per godere della sua presenza e della sua gloria») «si unisce in preghiera per il riposo eterno della sua anima ed esprime solidarietà, affetto e vicinanza alla famiglia redentorista e ai suoi familiari e amici», in un comunicato del cardinale arcivescovo Luis Cabrera Herrera. Le autorità competenti indagheranno per valutare eventuali responsabilità, mentre i fedeli sono riuniti in preghiera attorno alla salma del religioso esposta nella stessa chiesa dove è avvenuto il dramma.
Padre Patricio è morto letteralmente schiacciato tra la croce e l'altare probabilmente senza neanche avere il tempo di accorgersi del pericolo che incombeva dietro di lui. La scena ha fatto il giro del mondo, sollevando sconcerto, commozione, e anche una baraonda di commenti inappropriati - c'è chi ha tirato in ballo punizioni divine per colpe del tutto estranee alla vittima e chi ne ha approfittato per dar sfogo all'anticlericalismo, con mal riposta ironia sul fatto che a dare la morte al sacerdote non sia stato un oggetto qualunque ma proprio un crocifisso. A costoro conviene forse tenere a mente il monito di Gesù rivolto a chi malignava sulle vittime della torre di Siloe: «credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,4-5). Meglio allora farne occasione di riflessione per se stessi piuttosto che sparare sentenze o lasciare che sia l'ennesima notizia-choc che un giorno è virale e il giorno dopo è dimenticata.
È una morte, quella di padre Patricio, che «ci pone davanti al mistero e ci invita a rinnovare la speranza in Gesù Cristo, morto e risorto», non solo per le circostanze drammatiche ma anche perché avvenuta mentre celebrava l'Eucaristia, sottolinea la Congregazione del Santissimo Redentore (fondata da sant'Alfonso Maria de' Liguori) nel ricordare il confratello. Una morte che «lascia senza parole e commuove soprattutto chi condivideva con lui la vocazione e la missione redentorista».
«Dietro la notizia c'è un fratello, un sacerdote, un missionario: una vita consacrata al Santissimo Redentore e al servizio delle comunità»: ci tengono a specificarlo i suoi confratelli e giustamente, perché «una vita donata al Vangelo non si riduce al suo ultimo istante»: sottolineatura non scontata, considerando che il mondo intero - compresi chi scrive e chi legge - di padre Patricio non ha conosciuto che l'estremo frammento di 53 anni di vita (li avrebbe compiuti il 6 novembre) e 21 di sacerdozio (appena celebrati due giorni prima della morte), da «pioniere della missione redentorista» a Vinces e «per diversi anni parroco di San Lorenzo, portando il Vangelo fino ai villaggi rurali più isolati. A Manta e a Guayaquil, da parroco, promosse in modo particolare l'adorazione eucaristica, in fedeltà a sant'Alfonso, autore delle Visite al Santissimo Sacramento». Persino il tragico epilogo «ha manifestato il suo intimo legame con Gesù nel Santissimo Sacramento» e sarebbe ingiusto liquidarlo in pochi secondi, anche se moltiplicati per migliaia o milioni di visualizzazioni.
A dare la "vera" notizia però è stato padre Patricio stesso, in quegli ultimi preziosi minuti della sua esistenza: «Carissimi fratelli, un giorno, tutti noi che siamo qui moriremo... e a volte il tempo che abbiamo trascorso con altre cose non ha lo stesso senso del tempo che trascorriamo con Dio. Il tempo di qualità che diamo a Dio, ai nostri fratelli, al nostro coniuge, ai nostri figli, alla nostra famiglia... quel tempo è il migliore speso. Che Dio sia il primo: prima dei soldi, prima del lavoro, prima delle attività della nostra vita. A volte le nostre vite sono piene di cose fugaci, ma non diamo il giusto valore a ciò che conta veramente». Parole dell'ultima omelia incentrata sul primato di Dio, poco prima che inaspettatamente si realizzasse per lui quel «tutti noi che siamo qui moriremo».
Se il "fatto" è divenuto virale, queste parole tendiamo invece a dimenticarle, passando al video successivo nel grande circo dell'algoritmo la cui opera di distrazione di massa concorre non poco alla generale rimozione del pensiero della fine e del fine di ciascuno. Con la parola e poi, suo malgrado, con l'improvviso decesso, padre Patricio ricorda a un mondo distratto la meta finale, l'orizzonte ineluttabile che, anche dopo il crollo delle ideologie, viene escluso o neutralizzato dal sentire comune incapace di fare i conti con ciò che ci attende. Fatto sta che un mondo senza croce ha perso di vista anche la risurrezione, sostituita al massimo con un "al di là" in versione light e più vago possibile. E il pensiero si rimanda all'infinito, nell'illusoria convinzione di restare a tempo indeterminato in questo mondo, finché a suonare un campanello non interviene un evento traumatico (una malattia, un lutto o un evento come quello accaduto nella parrocchia di Guayaquil).
Ma insieme alla "sgradita" notizia l'ultima omelia di padre Patricio offre anche la chiave per affrontarla: il tempo passa inesorabile e lo si può riscattare solo "investendolo" su ciò che conta, a partire da Dio. Di fronte al progressivo svuotarsi della clessidra e all'incognita dell'ultimo rintocco dell'orologio si può impazzire o rassegnarsi oppure impregnare sin d'ora di eternità questa vita che scorre sempre più veloce: «la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell'amore», scriveva il filosofo francese Gustave Thibon: «Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che "vanità e soffiar di vento", risacca del tempo che il tempo divora.
Tutto ciò che non appartiene all'eternità ritrovata appartiene al tempo perduto».

Titolo originale: La lezione di padre Patricio Alfredo, ucciso da una croce durante la Messa

Fonte: Sito del Timone, 20 ottobre 2026

Pubblicato su BASTABUGIE n.1001
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