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GLI ANIMALISTI DI PROFESSIONE SI ARRICCHISCONO... A NOSTRE SPESE
Eppure gli ecologisti sono sempre smentiti dai fatti (ad esempio dicevano che gli orsi polari erano vicini all'estinzione, invece sono in crescita e in ottima forma)
di Massimiliano Filippi

Le politiche degli ultimi anni sugli animali incidono negativamente su disoccupazione, tasse, sanità, per alimentare una casta, quella animalista, che ci toglie diritti e si arricchisce alle nostre spalle. È un'affermazione un po' forte, penserà qualcuno, ma reale, purtroppo, e necessaria, visto che il tutto avviene in modo studiato, perché i più non se ne accorgano. Certo, quando parlo di "casta animalista" non intendo le gattare che sopravvivono spendendo la quota maggiore della loro pensione per accudire animali sfortunati; parlo di una lobby potentissima, quella delle grosse associazioni, magari Onlus (?), che negli anni ha consolidato un potere reale ed economico impressionante, tale da condizionare a proprio favore la politica, i media e ovviamente l'opinione pubblica, che alla fine è quella che paga...
Hanno cominciato negli anni '90: sfruttando l'occasione dell'acuirsi del problema del randagismo canino, causato da un certo lassismo delle Amministrazioni nel decennio precedente, sono riusciti ad ottenere dalla politica (con la Legge 281/91) un riconoscimento ed un ruolo, quello di contribuire a risolvere il problema. Ovviamente, lo hanno fatto offrendo le loro soluzioni, che in realtà soluzioni non erano, ma incontravano lo spirito e le aspettative di grandi e positivi cambiamenti dell'epoca: era caduto il muro di Berlino, finita la guerra fredda, perciò offrire un futuro anche ai cani randagi era naturale...
Da quel momento i rapporti tra le associazioni animaliste ed i decisori della Pubblica Amministrazione non hanno fatto che intensificarsi (era la legge stessa a prevederlo); sono sorti canili, anagrafi, progetti informativi/educativi, una parte consistente del personale delle ASL è stato dirottato ad occuparsi di cagnolini... insomma, non hanno fatto che aumentare le spese per gli italiani, per gestire un problema che ancora oggi non è stato risolto.

SONO ORMAI DIVENTATI POTENTI
Solo che oggi, anche quando qualcuno se ne accorge e lo fa notare, loro, gli animalisti, sono ormai diventati così potenti da riuscire ad addossare la colpa su qualcun altro. Infatti, proporzionalmente a quanto sono aumentate le uscite per i cittadini, sono aumentate le entrate per le associazioni animaliste, alcune delle quali tra convenzioni, donazioni, 5x1000, ecc. vantano oggi bilanci da spa. E investono con stile e metodi da spa, soprattutto in comunicazione, avendo capito che con l'informazione, si tratti di verità o bugie poco importa, si riescono a condizionare le scelte di chiunque.
Così nel 2004, raccontandoci di voler contrastare il racket dei combattimenti tra cani (ma di quanti casi reali siete mai stati a conoscenza?!...), queste organizzazioni hanno ottenuto un'altra legge, la 189, che consente loro, quando ci siano di mezzo animali, di operare la vigilanza attraverso le loro guardie zoofile, denunciare presunti reati e, soprattutto, una volta ottenuto un sequestro, farsi affidare gli animali sequestrati, divenire destinatarie delle entrate derivanti da eventuali sanzioni, costituirsi parte civile ai processi per chiedere ancora soldi...
Un bel guadagno senza alcun rischio, per loro... E per noi? Ovviamente l'entrata in vigore di una simile norma non ha fatto che aumentare a dismisura il numero di procedimenti giudiziari e quello dei sequestri di cani, gatti, uccelli, ecc. (meglio cuccioli, che fruttano più donazioni e sono più facili da piazzare). La Forestale ha messo in piedi addirittura un nucleo specializzato; magistrati, cancellieri, impiegati, agenti, automobili e mezzi speciali che girano, tutti impegnati a "salvare cagnolini" (così ce la raccontano!) e tutti a spese nostre. In poche parole: spendiamo noi (sono tutti soldi che provengono dalle nostre tasse) e non poco, e se c'è da incassare, incassano loro!

MA NON È TUTTO
allo spreco diretto dei nostri soldi si aggiungono altri danni: le aziende, colpite da accuse che poi spesso si rivelano infondate e che subiscono i sequestri e i procedimenti in tribunale pagati da noi, si fermano, a volte chiudono, non producono più reddito e smettono di pagare la loro parte di tasse. Gente che ieri lavorava rimane disoccupata.
E che dire delle persone, magari padri di famiglia, a cui le associazioni animaliste hanno tolto il lavoro direttamente, forzando il Parlamento ad approvare specifiche leggi? Quando, ad esempio, nel 2014 hanno spinto i nostri governanti a recepire in maniera errata la Direttiva europea 63/2010 sulla sperimentazione animale, di colpo allevare in Italia cani, gatti e primati da laboratorio è diventato vietato, un'azienda ha chiuso e i suoi dipendenti sono rimasti senza lavoro. Non è stata vietata la sperimentazione animale, che gli animalisti continuano a chiamare "vivisezione", ma di fatto si sono obbligati i laboratori italiani a rifornirsi di cavie all'estero, con aggravio di spesa per tutti, visto che in Italia la ricerca è in gran parte pubblica. Inoltre, qualche altra azienda privata ha iniziato a pensare che investire in Italia non sia più tanto sicuro... E come se ciò non bastasse, nel 2016 la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l'Italia per l'errato recepimento della Direttiva: se per questo ci saranno sanzioni da pagare, le pagheremo sempre noi!
Nel frattempo, nel 2007, è stata vietata in Italia la produzione del foie gras, che hanno inventato i Romani (il gastronomo Marco Gavio Apicio), non i Francesi, e anche quello oggi lo compriamo all'estero. E la lista di attività economiche e posti di lavoro bruciati dalle politiche animaliste, direttamente o indirettamente, si potrebbe continuare a lungo, con un peso per il portafoglio degli italiani che non compensa certo né gli impieghi pubblici creatisi, visto che li paghiamo sempre noi, né il mercato del "vegan", di nicchia e redditizio, ma in mano a ben pochi soggetti, guarda caso spesso legati alle associazioni animaliste stesse.

TASSE, DISOCCUPAZIONE, SANITÀ
Eppure, pare che ancor oggi in pochi se ne siano resi conto. Le statistiche dicono che una delle maggiori preoccupazioni per gli italiani siano le tasse, ma pare non si rendano conto che l'ammontare delle stesse dipende in gran parte da come i soldi raccolti vengono impiegati o che se anche viene abolita la tassa sul cane, non si eliminano certo le spese per le politiche animaliste.
Stessa cosa vale per la disoccupazione: tutti la temono, ma non si rendono conto della gravità del problema fino a che non è il loro posto di lavoro ad essere minacciato. Non capiscono che, ieri gli allevatori di oche da fegato o di cani, gatti e primati da laboratorio, domani magari i circensi o i vetturini delle carrozze trainate da cavalli, senza lavoro, non solo non contribuiscono più al bilancio dello Stato, ma entrano in concorrenza nella ricerca di un posto.
E se parliamo di sanità la situazione assume aspetti addirittura tragicomici. Lasciamo perdere l'organico pubblico dedicato agli animali che le scelte indotte dagli animalisti ci hanno costretto a mantenere, già spropositato e in continua crescita, al contrario delle produzioni zootecniche nazionali, in continuo calo, tutto senza che mai nessuno si sia lamentato; ma pare addirittura che gran parte di quelli che si dicono favorevoli all'istituzione di una eventuale mutua per animali, con tanto di visite e farmaci gratis e quant'altro, siano gli stessi che poi si dicono preoccupati di non ricevere loro un'adeguata assistenza sanitaria oppure la pensione. Non capiranno che sono sempre loro a pagare? Che per ricevere un aiuto a mantenere un cane probabilmente dovranno sobbarcarsi di mantenere un figlio disoccupato?

TECNICHE DI COMUNICAZIONE E MESCHINI STRATAGEMMI
Sembra, purtroppo, di no! Un po' per colpa dell'odierna società, che come dimostra la rana bollita di Chomsky, accetta passivamente il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori, dell'etica, accettandone di fatto la deriva; un po' per le tecniche di comunicazione e di lobby usate dalle citate associazioni animaliste, che sfruttando appunto la particolare situazione socio-culturale e, con meschini stratagemmi, sottraggono ai cittadini soldi e diritti in maniera sufficientemente lenta e graduale da farlo sfuggire alla loro coscienza e non suscitare in loro nessuna reazione, nessuna opposizione.
Bisogna invece aprire gli occhi: la Lav, forse la più potente tra le associazioni animaliste in Italia, che intesse rapporti un po' con tutte le istituzioni, non fa mistero nel proprio statuto di perseguire "l'abolizione della vivisezione, della pesca, della caccia, delle produzioni animali, dell'allevamento, del commercio, degli spettacoli con gli animali e dell'utilizzo di qualsiasi essere vivente". Stiamo parlando dei farmaci e delle cure di cui tutti prima o dopo abbiamo bisogno, della carne o del pesce che tutti mangiamo e vorremmo continuare a mangiare, dell'abbigliamento, delle scarpe, le cinture, le borse che dovremmo aver diritto di sceglierci come ci pare, dei sedili dell'auto o del divano di casa e persino dei nostri svaghi. E per rinunciare a tutto ciò stiamo pure pagando e profumatamente.
Se un cane scava le buche in giardino trovo sia giusto prima provare ad insegnargli a non farlo, ma se continua bisogna metterlo alla catena! Figuriamoci poi se le buche le scava nel portafoglio...

Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Tanti e obesi, gli orsi polari smentiscono le previsioni" mostra come i teorici dei cambiamenti climatici sono continuamente smentiti dai fatti. Ad esempio, secondo loro, gli orsi polari avrebbero dovuto essere vicini all'estinzione, invece la loro popolazione è in continua crescita e in ottima forma. Così gli ecologisti, senza ammettere le previsioni sbagliate, già lanciano la nuova propaganda per dimostrare gli effetti catastrofici del riscaldamento globale.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 26 agosto 2017:
Ricordate le estati passate? A un certo punto partiva il tormentone dell'orso polare affamato e sfinito, a rischio di estinzione a causa della scomparsa dei ghiacci artici. Con tanto di foto di orsi smagriti alla deriva su un pezzo di ghiaccio. Da un po' invece non se ne parla più, anche se anni di propaganda martellante ci garantiscono che Greenpeace e WWF continueranno ad usare ancora per qualche tempo questo argomento per provare la catastrofe provocata dal riscaldamento globale e rimpinguare le loro casse.
Ma ormai il povero orso polare, che poteva venire salvato solo mangiando una certa caramella, è morto come icona del cambiamento climatico. Il perché è semplice: lui, l'orso, è più vivo che mai e anche ben pasciuto. È quello che dimostra l'osservazione in loco. Le foto più recenti degli orsi presenti nella baia di Hudson li mostrano belli grassi ma soprattutto numerosi proprio lì dove - a dare retta alle previsioni di 15-20 anni fa - dovrebbero ormai essere solo estinti, come a Churchill, in territorio canadese, conosciuta come la capitale degli orsi polari. Avevano ragione gli inhuit - la popolazione autoctona - che già dieci anni fa contestavano gli allarmi catastrofisti affermando che la popolazione degli orsi stava aumentando e non diminuendo. In realtà, oltre agli inhuit c'era chi già allora aveva smascherato la bufala dell'estinzione degli orsi polari, ma gli interessi dei gruppi ecologisti sostenuti dai grandi media conquistavano comunque l'opinione pubblica.
Fatto sta che oggi abbiamo dati incontrovertibili sull'aumento della popolazione degli orsi polari, che sono stimati in un numero che va dai 23mila ai 33mila, e questo malgrado si sia raggiunto nel 2016 la minima estensione estiva dei ghiacci artici che - secondo le previsioni dei soliti esperti - avrebbe dovuto far diminuire di almeno 2/3 la popolazione degli orsi polari. Una dettagliata e aggiornata mappa della loro presenza, che invece smentisce quanto sostenuto negli anni scorsi, è contenuta in un corposo rapporto (oltre 600 pagine) pubblicato dal Gruppo di lavoro scientifico (SWG) della Commissione congiunta Groenlandia-Canada sull'orso polare e riferito al 2016. Per fare un raffronto, l'anno precedente le stime andavano dai 22mila ai 31 mila esemplari, ma nel 2005 si parlava di 20-25mila e alla fine degli anni '60 di 8-10mila. Alla faccia dell'estinzione.
Ma non aspettatevi che qualcuno reciti il mea culpa, avverta delle previsioni sbagliate e rassicuri l'opinione pubblica che vive ormai con ansia il destino degli orsi polari. La battaglia sui cambiamenti climatici deve andare avanti, così c'è già la scusa pronta e l'individuazione di altre parole d'ordine. Come si capisce dall'intervento di Michael Mann, uno degli scienziati che deve la sua notorietà al catastrofismo climatico, secondo cui «abbiamo sbagliato a usare orsi polari e pinguini come manifesto del cambiamento climatico perché abbiamo dato l'impressione che questo sia una specie di problema dal sapore esotico e perciò lontano».
Nessuna ammissione di previsioni sbagliate, si passa direttamente alla nuova immagine da usare per la propaganda. Si deve far capire che il riscaldamento globale causato dall'uomo riguarda tutti, perciò ecco l'idea: «l'Artico è l'aria condizionata che rinfresca il pianeta». Chiaro il collegamento: se si sciolgono i ghiacciai moriamo di caldo. E la chiamano scienza.


Riccardo Cascioli nell'articolo sottostante dal titolo "Animalisti, Greenpeace, femministe: tutti in letargo" parla di vari argomenti, come il test nucleare della Corea del Nord, la strage di ovini e caprini per la festa musulmana del Sacrificio; l'aumento delle violenze sessuali degli immigrati. Nonostante la varietà di questi argomenti, alcune domande si possono porre a tutti i professionisti della protesta civile - i difensori degli agnelli a Pasqua, dei diritti delle donne e degli ecosistemi - i quali evidentemente hanno perso la voce. Perché qui rischiano di farsi male e di non guadagnarci nulla.
Ecco dunque l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 4 settembre 2017:
Potrebbe sembrare stucchevole unirci anche noi al gioco di "Dove sono... adesso?". E però gli ultimi giorni ci hanno offerto tre casi eclatanti che meritano una breve riflessione perché si tratta di capire alcuni meccanismi che stanno dietro alle cosiddette battaglie di civiltà.
Il primo caso riguarda la festa islamica "del sacrificio" o "dello sgozzamento", che ricorda la prova di fede superata da Abramo e quindi il sacrificio del montone al posto di Isacco. Per l'occasione, anche in Italia nel fine settimana sono stati sgozzati (senza il previo stordimento previsto dalla legge sulla macellazione) decine di migliaia di capi di ovini, caprini o bovini come previsto dalla tradizione rituale. Silenzio generale.
Il paragone con quello che da anni ormai succede al tempo di Pasqua con le crociate per la salvezza degli agnelli e la promozione della dieta vegana è imbarazzante. Abbiamo ancora negli occhi l'immagine straziante di Silvio Berlusconi che allatta un agnellino e i volantini distribuiti con le accuse alla Chiesa cattolica di essere responsabile di tale strage. Non ci è stato neanche risparmiato, due anni fa, il comunicato del vescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Michele Castoro (quando si dice che i nomi indicano un destino), che in risposta a un flash mob animalista ha voluto precisare che la strage di agnellini non c'entra nulla con la Pasqua cristiana, unendosi agli appelli degli animalisti. L'Ente Nazionale Protezione Animali ormai ogni anno promuove una raccolta di firme per chiedere lo stop al maltrattamento degli agnelli.
Per la festa del sacrificio, invece, silenzio. Niente campagna martellante, niente volantinaggi e flash mob davanti alle moschee, niente accuse agli imam, niente titoli sui giornali per i poveri ovini e caprini sacrificati. Solo qualche timido sussurro per lamentare il tipo di macellazione crudele degli animali. La pasionaria Maria Vittoria Brambilla, che ha anche fondato un partito animalista e ha fatto sceneggiate perfino per abolire il Palio di Siena, sul tema islam e animali al massimo dell'indignazione ha assicurato che si impegnerà per far approvare una legge che vieti la macellazione halal, ma solo «quando avremo i numeri in Parlamento». Cioè mai. In ogni caso al massimo si discute sulla modalità, non si prova neanche a mettere in discussione il sacrificio degli animali.
E cambiamo scenario, voliamo fino all'Oceano Pacifico, dove il simpaticone Kim Jong Un l'altra notte ha effettuato un test nucleare di rara potenza, con tanto di forte terremoto come conseguenza. Le reazioni sono quelle ufficiali delle grandi potenze interessate, ma la società civile? Dove sono i "guerrieri dell'arcobaleno" di Greenpeace che nel 1995 diedero l'assalto alle navi francesi che si apprestavano a dirigere il test nucleare nell'atollo di Mururoa (siamo sempre nel Pacifico) su ordine del neo presidente Jacques Chirac? Le proteste per quei test nucleari (furono poi gli ultimi effettuati dalla Francia) occuparono per settimane e mesi le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Forse che la bomba di Kim è meno dannosa per l'ecosistema di quella di Chirac? Non si direbbe proprio vista la potenza e gli effetti dell'esplosione di ieri. Eppure, oggi nel Pacifico di questi "capitani coraggiosi" non ce ne è neanche uno. Dove saranno? Per pura coincidenza, proprio un mese fa, Repubblica, aveva trovato "capitan Greenpeace", Peter Willcox, un reduce della battaglia di Mururoa. E indovinate? Con un'altra barca è in giro per il Mar Tirreno, impegnato nella "caccia alla plastica".
A questi esempi si potrebbe aggiungere anche il caso di cronaca che ha tenuto banco la settimana scorsa, lo stupro di una turista polacca e di un trans a Rimini da parte di un quartetto di giovani (tre minorenni): due marocchini, un nigerino e un congolese. Anche qui, di fronte al ripetersi di violenze sessuali da parte degli immigrati, ecco il silenzio delle femministe, ma anche dei partiti di sinistra sempre così attenti nella difesa dei diritti delle donne.
Animalisti, ecologisti, femministe: battaglie diverse, in nome di una presunta civiltà, ma le stesse contraddizioni e soprattutto lo stesso interesse al proprio tornaconto ideologico. È anche curioso notare che si tratta di movimenti di pensiero che, nella loro forma radicale, affondano tutti le radici nei movimenti eugenetici di fine '800 e inizio '900 che tanto successo ebbero nel mondo anglosassone. Una stessa radice anti-umana, dunque.
E per quel che riguarda gli esempi citati sono rigidamente e astutamente selettivi, perché da una parte sottostanno al politicamente corretto (guai a rischiare accuse di razzismo o islamofobia) e dall'altra pensano alle loro tasche. Criticare una pratica islamica potrebbe diventare pericoloso, è gente che ha scarso senso dell'umorismo; non è mica come una manifestazione fuori da una chiesa che ti diverti anche a vedere il don Abbondio di turno cedere a qualsiasi ricatto. E non è che ci si guadagna voti in chiave di partito animalista. Anche sfidare Kim - e quindi la Cina - espone a rischi seri, non è mica così accomodante come un presidente francese. Gli assalti di venti anni fa a Mururoa hanno significato pochi giorni di arresto per qualche militante di Greenpeace ma a fronte di un successo mediatico internazionale che ha portato nelle casse di Greenpeace milioni e milioni di dollari. Se qualcuno oggi portasse le barche nella zona dei test nordcoreani rischierebbe di sparire negli abissi dell'Oceano a cavallo di un missile. E senza neanche campagne di opinione a proprio favore, figurarsi parlare di soldi offerti.
Molto più redditizia una campagna per liberare il Mediterraneo dalla plastica, condita da qualche slogan sui cambiamenti climatici. Queste sì che sono le vere emergenze planetarie.

 
Titolo originale: La casta animalista s'arricchisce... e noi paghiamo
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 11/09/2017


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