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OMELIA DELLA NOTTE E DEL GIORNO DI NATALE - ANNO B
1) MESSA DELLA NOTTE
Davvero santa è questa notte, che dall'eternità è stata scelta per dare inizio alla redenzione del mondo; santa, anche perché è irrevocabilmente segnata dalle sorprese divine e da un nuovo fiorire delle speranze umane.
Anche noi come i pastori - dopo che l'inattesa voce dal cielo li aveva destati - non ci siamo lasciati dominare dal sonno, e ci siamo detti: "Andiamo..., vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere" (cfr. Lc 2,15). E siamo venuti a questo rito notturno per contemplare più da vicino - e assimilare un po' di più nella vita del nostro spirito - la realtà misteriosa che ha colmato di sé l'intera storia umana: la realtà di un Dio che è entrato nella nostra vicenda e si è fatto uno di noi.
L'Unigenito del Padre, il Verbo consostanziale con lui, nella nostra vicenda è entrato, per così dire, in punta di piedi, come del resto era stato previsto da un antico testo ispirato: "Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose - così era scritto - e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente scese dal cielo, tuo trono regale" (cfr.Sap 18,14-15).
Chi si aspettava che la salvezza di Dio arrivasse con una manifestazione di potenza e fragore, ha dovuto disilludersi e imparare che le scelte di colui che è il Trascendente sono diverse e lontane dalle vie pensate e vagheggiate dagli uomini.
Chi invece - avendo un cuore senza complicazioni e senza pretese - cullava solo la speranza che l'iniziativa divina regalasse un po' di gioia ai tribolati figli di Adamo, è stato subito accontentato. "Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo" (Lc 2,10): un annunzio di gioia è appunto la prima parola angelica risonata a Betlemme.
E' (come si vede) una gioia discesa dall'alto, che da quella notte fatidica sulla terra non si è spenta più; e noi in quest'ora magica e in questo suggestivo tempo natalizio (che ogni anno sembra quasi ridonarci una lontana innocenza) questa gioia la risentiamo zampillare più vivida nelle nostre coscienze, e vincere l'ottusità e la dissipazione che ci insidiano magari per dodici mesi.
Una gioia, ha detto l'angelo, "che sarà di tutto il popolo": non dunque riservata ai soliti privilegiati dalla ricchezza, dal potere, dalla cultura, dalla notorietà. Una gioia "democratica", verrebbe fatto di dire, destinata a tutti, alla quale casomai si aprono più facilmente gli animi dei semplici e dei poveri. E noi tra i semplici e i poveri in spirito ci sforzeremo in questo Natale di collocarci.
Qual è la ragione di tanta gioia?
Noi ci rallegriamo perché l'Eterno, l'Onnipotente, l'Onnisciente, è diventato uno di noi. E dal momento che lui è stato aggregato alla nostra famiglia, noi abbiamo avuto la facoltà di entrare a far parte della sua: "Venne fra la sua gente - sta scritto - e a quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio" (cfr. Gv 1,11-12).
Colui che è eterno nasce nel tempo e comincia a contare i suoi anni, come li contiamo noi.
Colui che è onnipotente inizia come tutti i neonati ad aver bisogno di tutto: del latte materno, delle fasce, di un po' di calore.
Colui che è onnisciente si sobbarcherà, come noi, alla fatica di imparare: imparare a parlare dalle labbra della sua mamma, imparare a lavorare nella bottega di Giuseppe, imparare a pregare e ad ascoltare le Sante Scritture nelle riunioni al sabato della sinagoga.
Sembra una favola, ed è la più vera e la più concreta delle realtà effettuali. Del resto, nessuna fantasia di poeta, nessun ardimento di pensatore o di mistico, avrebbe mai saputo nemmeno immaginare un'avventura così umile e così alta, così stupefacente e così consolante, come quella che ha escogitato e attuato l'amore misericordioso di Dio per le sue creature. L'imparagonabile bellezza di questa notizia - che stanotte brilla davanti ai nostri occhi di nuova luce e di nuova allegrezza - è da sé sola un indubbio segno della sua autenticità.
Con questo annuncio di gioia la nostra esistenza principia ad avere esperienza e a godere di qualcosa di nuovo.
Dopo il Natale, il nostro vivere non è più un vagare nel buio e in una inquietante perplessità, ma è un avanzare nella luce verso una mèta sicura. Colui che è nato a Betlemme così ci dice a buon diritto di sé: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). L'eccezionale splendore, di cui si rivestono in questi giorni le nostre strade, è l'evocazione oggettiva (anche quando è inconsapevole e ignara) di questo gratificante convincimento delle genti che hanno la fortuna di celebrare il Natale.
Dopo che il Figlio di Dio, è venuto a condividere con noi l'enigma della sofferenza e l'ha impreziosito finalizzandolo all'espiazione di ogni colpa e alla rinascita di ogni valore, qualsivoglia dolore che dobbiamo affrontare (se riusciamo a vederlo con gli occhi della fede) non appare più solitario e crudele, perché lo sappiamo consonante con un disegno superiore di riscatto e di felicità senza eclissi.
Da quando col Natale ci è stato rivelato che nel segreto della Divinità c'è ormai qualcuno che non solo è il Signore dell'universo, ma è anche nostro fratello, partecipe dunque di tutta la nostra umanità, noi siamo certi che ogni nostra invocazione, ogni nostra supplica, ogni effusione del nostro cuore in pena, trova infallibilmente ascolto ed esaudimento presso il Padre della luce e il Datore di ogni regalo dall'alto e di ogni dono perfetto (cfr. Gc 1, 17).
2) MESSA DEL GIORNO
"Venne ad abitare in mezzo a noi". Non è, credo, possibile - per descrivere un evento inaudito ed esporre un concetto sovrastante ogni umana comprensione e ogni attesa - trovare una frase più semplice e feriale di questa: è il linguaggio dei nostri traslochi e dei nostri trasferimenti.
Già nella sua forma espressiva evoca l'indole propria della realtà centrale del cosmo e della storia; cioè, la verità dell'Incarnazione. "Il Verbo si fece carne", ci ha detto l'evangelista: vale a dire, è la divina ricchezza che, per così dire, si immiserisce; è l'infinità che assume l'esiguità di un neonato; è l'onnipotenza che accetta di farsi bisognosa di tutto come la più piccola della creature. "Umiliò (quasi 'annientò') se stesso", ha detto sinteticamente san Paolo (cfr. Fil 2,8).
E' la realtà - sublime e dimessa al tempo stesso - dell'Unigenito del Padre che diventa uno di noi. E' il prodigio grandioso e povero del Natale, che una volta ancora quest'anno ritorna, sempre eloquente e sempre efficace, e con dolcezza si impone all'attenzione anche dei più superficiali e dei distratti.
DIO SI È FATTO NOSTRO PROSSIMO
Dio - che è il "lontanissimo" e il "diversissimo" da noi - si è fatto nostro "prossimo", nostro vicino di casa, nostro compagno di viaggio: un evento, questo, che l'uomo, con tutto il suo egocentrismo e la sua autoesaltazione, non poteva arrivare neppure a immaginare.
E' vero che gli uomini - nei momenti in cui si sentono oppressi dalla crudeltà delle circostanze, dalla tirannìa impietosa dei prepotenti, dalle molteplici forme del male - invocano come d'istinto la presenza risolutiva di colui che è il Creatore di ogni essere e il Giudice di ogni comportamento. "Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!" (cfr. Is 63,19), leggiamo nelle profezie di Isaia. Ma era come il sospiro di un auspicio irreale e senza speranza.
Invece, ciò che sembrava un desiderio folle è stato questa notte esaudito. A Betlemme i cieli si sono sul serio "squarciati" e il "Figlio unigenito che è nel seno del Padre" (cfr. Gv 1,18) è davvero disceso.
E tutto è cambiato per la sventurata stirpe di Adamo: la nostra miseria più sostanziale è finita, perché "dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia" (cfr. Gv 1,16), come abbiamo ascoltato.
Perciò le genti cristiane non si stancano mai di celebrare con entusiasmo il Natale, moltiplicando anche nelle case e nelle strade le manifestazioni di festa e di splendore (pur se poi in molti sembrano colpiti da una curiosa amnesia e non ricordano più la causa e la ragione di tanto tripudio)
VENNE FRA LA SUA GENTE, MA I SUOI NON L'HANNO ACCOLTO
C'è però qualcosa che è ancora più strano e inspiegabile, cui allude discretamente anche il prologo del quarto vangelo con le parole: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11).
Dio si è fatto "nostro prossimo", ma poi càpita che a noi non piace troppo essere "prossimi" a lui. E' un "vicino di casa" che sembra infastidire. Si direbbe che alla sua compagnìa si preferisca essere soli e desolati lungo il cammino della vita.
Vedete, non sono molti a negare esplicitamente Dio perché, se è difficile dimostrarne l'esistenza, è ancora più difficile ipotizzare ragionevolmente che non ci sia nessuno all'origine delle cose. Ma sono molti che sembrano preferire la sua latitanza. Un Dio remoto, che non interferisca nei nostri affari, ci disturba meno: forse si pensa che così noi possiamo essere più autonomi, più "adulti", più padroni di noi stessi e del nostro destino.
Perfino i credenti talvolta sono un po' contagiati da questa mentalità, e magari tentano di giustificarla chiamandola "sana laicità"; ed è invece soltanto incomprensione della bellezza e della verità del Natale.
"Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe" (Gv 1,16), ci ha detto malinconicamente l'evangelista.
DIO NON È UN INTRUSO
Sarà bene che ci convinciamo che Dio non è un intruso nella creazione che è originata da lui. A estrometterlo si rischia di estromettere con lui il significato stesso del nostro esistere.
In questo concreto ordine di cose che di fatto è stato realizzato, l'Emmanuele, il "Dio con noi", l'Unigenito del Padre nato a Betlemme secondo la natura umana, è il necessario fondamento di tutto: "in lui sono state create tutte le cose" - ci dice san Paolo - "e tutte sussistono in lui" (cfr. Col 1,16.17). Se lo si rimuove, si pongono le premesse perché tutto il nostro edificio rovini.
Non a caso il profeta nella prima lettura ci ha parlato delle "rovine di Gerusalemme", come figura dello sfacelo dell'umanità intera.
L'immagine di una costruzione rovinata dall'estromissione di Dio e del suo Cristo si affaccia alla mente di chi contempla con occhi disincantati la società in cui viviamo: una società che non insegna più a distinguere adeguatamente il bene dal male e perciò non riesce più a educare i suoi figli, che esalta più la "notizia" della "verità", che è comprensiva con i prepotenti ed è impietosa con chi non sa gridare e difendersi. E l'elenco delle "macerie" della città terrena potrebbe ancora allungarsi.
Ma il profeta ha parlato di "rovine" non per avvilirci e deprimerci, ma per risuscitare la nostra fiducia nell'amore sapiente di Dio, che è più potente dei nostri egoismi e delle nostre stoltezze ed è capace di risanare e ricostruire: "Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme" (Is 52, 9).
Il Natale è appunto la festa della speranza cristiana, che non è il fatuo ottimismo di chi non si rende conto del malessere e dei guai che affliggono il nostro tempo, ma è la certezza che a Betlemme è nato - e, dopo la sua crocifissione e la sua gloria, continua a essere il Signore della storia - colui che ci ha detto: "Avrete tribolazione, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!" (cfr. Gv 16,32).
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Pubblicato 10 anni fa...

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