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NOI CHE LA MATURITA' ERA UNA COSA SERIA
È tutto un incrociarsi di "in bocca al lupo!", "crepi!", consigli per ridurre l'ansia da prestazione, consigli per combattere lo stress, consigli dello psicologo, tracce pregresse, statistiche, notti-prima-degli-esami. Per una cosa che si ostinano a chiamare "esame di maturità" mentre, al contempo, continuano a trattare i diciottenni -adulti secondo la legge- da bamboccioni.
E per cosa? Che cosa si è "esaminato" se alla fine sono tutti promossi, al Sud pure cum laude, tanto che, se uno viene incautamente bocciato, giustamente si sente soprattutto offeso e i genitori più di lui, tanto che subito adiscono il Tar (che dà loro ragione)? Tutti promossi, così da farci chiedere se gli esaminati pre-Sessantotto fossero in maggioranza cretini. Mi si consenta un ricordo personale, perché i fatti rendono meglio l'idea.
Ebbi la sventura di incappare nel primissimo esame di Maturità (prima si chiamava "di Stato" e il candidato veniva interrogato su tutte le materie di tutto il liceo). Ero, immodestamente, il primo dell'Istituto, e forse dell'intera città. Eppure, evitai la bocciatura solo perché il preside interruppe le vacanze per venire a fare una scenata agli esaminatori. Nella prova scritta di italiano mi diedero 5 (cinque!). A me, che non a caso avrei fatto nella vita lo scrittore e il giornalista culturale. Sì, perché i miei esaminatori usavano la vecchia testa, anche se la struttura dell'esame era nuova (cioè, non ci capivano niente).
Erano, cioè, quei professori di liceo che, illo tempore, rappresentavano l'élite culturale in città prive di ateneo. E che spesso facevano il salto di qualità andando a insegnare all'università. Erano di quelli che ci si alzava in piedi quando entravano in classe. Di quelli che punivano. E a casa prendevi il resto. Se coniugati con collega, con gli stipendi potevano comprarsi l'appartamento di città e la villetta al mare. Poi, il Sessantotto ha fatto naufragare tutto, tanto che, oggi, l'insegnante è l'ultima categoria dei laureati, uno che insegna perché non ha trovato di meglio, uno che te lo ritrovi con la faccia dipinta e il tamburo e il megafono alle manifestazioni di strada. Ho fatto quel mestiere per qualche anno, per sopravvivere, ma sono scappato alla prima occasione: meglio la fame.
Da quel fatidico anno, non c'è stato ministro dell'istruzione che non abbia voluto firmare una "riforma", contribuendo con ciò allo sfascio: pezze su una bagnarola che faceva acqua da tutte le parti, e che più ce ne mettevi e peggio era. Fino al disastrato presente. In Cina e in Giappone sostenere esami scolastici vuol dire rischiare l'infarto, ma il risultato sono due nazioni di primissimo livello. In Italia il sistema educativo produce solo piattezza acritica woke, e al più ne escono furbastri da politica.
E ciò perché siamo rimasti i soli al mondo a tenere in piedi un baraccone napoleonico fuori tempo: tutti gli insegnanti sono laureati e vanno pagati da tali, ma sono troppi, perciò li si sottopaga; in ogni caso, un aggravio spaventoso per lo Stato. In cambio di niente. La soluzione è fare come fecero gli ingegneri di Bonn quando Kohl riunificò la Germania: al di là del muro, o rappezzare o radere al suolo. Costava meno la seconda opzione e si ripartì da zero. Così è per la scuola italiana: va abolita. Va abolita l'idea stessa, giacobina, che ci debba essere una scuola di Stato.
Le scuole siano tutte private, chi vuole intraprenda e la concorrenza faccia il resto. Lo Stato intervenga solo per supervedere le linee generali e per sussidiare. Così, io stesso potrei andare a contrattare il mio compenso col preside: ecco il mio curriculum, quanto mi dai se vengo a insegnare qui? Resta inteso che, se le iscrizioni non aumentano, puoi licenziarmi su due piedi. Nel Medioevo gli studenti affrontavano lunghi viaggi per poter apprendere dai migliori maestri. Infatti hanno prodotto le cattedrali. Oggi: rapper, influencer e gaypride.
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