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OMELIA IV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5,1-12)
Beati i poveri in spirito
di Giacomo Biffi
 

Il Signore propone oggi alla nostra meditazione una delle pagine più celebri del Vangelo. Nella narrazione di Matteo il proclama delle Beatitudini apre il grande Discorso della Montagna, il quale offre ai discepoli di Gesù quasi una nuova legge di vita.
Quella delle Beatitudini non era una forma letteraria ignota al mondo antico. L'uso di chiamare "beati" alcuni stati esistenziali si ritrova tanto tra i greci quanto tra gli ebrei.
«Beato colui che ha buona fama», dice Pindaro. E Bacchilide: «Beato colui al quale un dio ha elargito in sorte dei beni e la possibilità di condurre una vita agiata». Insomma: beati i ricchi, beati i fortunati, beati gli uomini famosi e onorati. Questa era la mentalità antica, questa è, ancora oggi, la nostra mentalità.
Come si vede, siamo agli antipodi delle beatitudini evangeliche, che appaiono dunque al confronto chiaramente rivoluzionarie.
L'Antico Testamento rivela una visione spiritualmente più ricca e più religiosa, ma sempre molto lontana dalla "rivoluzione evangelica".
Un esempio: "Nove situazioni io ritengo felici nel mio cuore, la decima la dirò con le parole: un uomo allietato dai figli, chi vede da vivo la caduta dei suoi nemici; felice chi vive con una moglie assennata, colui che non ara con un bue e un asino, colui che non pecca con la sua lingua, chi non deve servire a uno indegno di lui; fortunato chi ha trovato la prudenza, chi si rivolge a orecchi attenti; quanto è grande chi ha trovato la sapienza, ma nessuno supera chi teme il Signore" (Sir 25,7-10).
Da questi testi si può misurare tutta l'ampiezza della "novità" portataci da Cristo.
Tuttavia non dobbiamo farci illusioni: noi portiamo dentro di noi ancora molto della mentalità "greca" (cioè pagana) e della mentalità ebraica (cioè veterotestamentaria). La "evangelizzazione di noi stessi" è opera sempre in atto, sempre incompiuta, sempre da ricominciare.

IN VISTA DI BENI SPIRITUALI ED ETERNI
Nella pagina delle beatitudini c'è una struttura intrinseca che va colta. Tentiamo di farlo con alcune annotazioni semplicissime, che si direbbero addirittura grammaticali.
Ciò che è indicato da Gesù come presente, come proprio dei suoi discepoli che vivono in questo mondo, è qualcosa di penoso, di duro, di aspro: povertà, afflizione, fame, persecuzione, insulti. Gesù non si è mai impegnato (anche se ce lo dimentichiamo regolarmente) a darci tranquillità, prosperità, successo, trionfo.
Ciò che esprime possesso, ricompensa, godimento, è da lui messo al futuro: "saranno consolati, erediteranno, troveranno, vedranno". Quasi a dirci che ci sono garantiti beni grandi e ineffabili, ma non per il mondo di oggi, bensì per quello futuro e definitivo. Contrariamente alla saggezza mondana, Gesù ritiene che dobbiamo preferire la gallina di domani all'uovo di oggi.
L'unico possesso presente è il Regno di Dio: "Vostro è il Regno dei cieli", perché nella rinascita battesimale già ci è stata donata la "vita eterna".
Però la bella parola che scandisce tutto il testo: "Beati!", si riferisce al presente. I poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore sono beati fin da adesso. La gioia non è dunque incompatibile col "presente cristiano"; anzi è la caratteristica del "presente cristiano".
Anche se a prima vista può sfuggire, la ricompensa di cui si parla qui è sempre la stessa, ed è "escatologica", cioè posta oltre la fine della storia mondana. Il "Regno dei cieli", la "terra", la "consolazione", la "visione di Dio" ecc. indicano tutti la felicità ultra terrena.
Non c'è nulla di più fuorviante di una "applicazione sociale" delle beatitudini. La giustizia sociale è un'idea che è doveroso perseguire (e questo appare da altre parti del messaggio evangelico); ma qui non c'entra niente.
Anzi una lettura "sociale" delle beatitudini darebbe come risultato una loro interpretazione reazionaria: i poveri dovrebbero restare poveri, gli afflitti dovrebbero continuare a piangere, gli emarginati dovrebbero continuare ad aver fame e sete di giustizia, perché solo così essi sono "beati". E non ci sarebbe niente di più contrario al pensiero di Cristo.

GESÙ CRISTO PER PRIMO VIVE LA LOGICA DELLE BEATITUDINI
Ma proprio la riflessione su questo messaggio originale e rivoluzionario ci permette di socchiudere un poco alla nostra comprensione l'enigma più grande e tragico dell'universo e il senso autentico del nostro pellegrinaggio terreno.
Noi spesso ci chiediamo: perché l'esistenza umana è, in se stessa, così povera e sventurata, tanto che si conclude immancabilmente con una catastrofe? Perché ha così largo spazio la sofferenza? Perché l'uomo onesto è troppe volte sopraffatto? Perché i discepoli di Cristo devono sperimentare nella più parte dei casi la sconfitta? Perché ci deve essere tanta fame e tanta sete di giustizia?
La risposta è misteriosa come il Dio che sta all'origine delle cose, e come lui trascende e sconcerta la nostra piccola logica.
Si tratta di riuscire a capire che il disegno di salvezza, che è stato pensato per noi, ha al suo centro proprio il Figlio di Dio che per primo si è sottoposto alla legge delle beatitudini, il Figlio di Dio umiliato e schiacciato dalle forze del male (ma dalle sue lividure noi siamo stati sanati); il Giusto condannato dai malfattori (ma così noi abbiamo meritato di essere assolti); il Signore del cielo e della terra che offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime (Eb 5,7) (e così abbiamo avuto speranza di essere esauditi); colui che è mite e umile di cuore, ed è stato avvilito dai superbi (e così siamo stati salvati dalle rovine del nostro orgoglio); colui che ha provato, più che quella del pane, la fame del suo cibo, che la volontà del Padre; colui che è misericordioso e non ha trovato misericordia; colui che è venuto a portare la vera pace, e ha scatenato contro di sé la guerra delle forze del male, colui che è la vita e si è sottomesso alla morte (ma così anche noi abbiamo ricevuto in sorte un destino di risurrezione e di gioia eterna).
Se il disegno di Dio è questo, chi si conforma alla condizione di Cristo e rivive i suoi misteri è beato, perché si colloca al cuore del divino progetto, compie con lui il suo "passaggio" dalla sconfitta alla vittoria, dal dolore alla gioia, dalla morte alla vita, e con lui si fa principio della salvezza del mondo.

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Le Edizioni Studio Domenicano hanno autorizzato la pubblicazione della porzione di testo sopra riportata con lettera del 3 luglio 2023.

 
Fonte: Stilli come rugiada il mio dire