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OMELIA V DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 11, 1-45)
Io sono la risurrezione e la vita
di Don Stefano Bimbi
 

La quinta domenica di Quaresima ci conduce davanti a una delle pagine più intense del Vangelo secondo Giovanni: la risurrezione di Lazzaro. La Chiesa ci propone questo brano negli ultimi giorni prima della Settimana Santa perché esso illumina il mistero della Pasqua ormai vicina. Non è soltanto il racconto di un miracolo straordinario, ma una rivelazione profonda su chi è davvero Gesù Cristo e su ciò che Egli vuole compiere nella vita dell'uomo.
Siamo a Betania, la casa di Marta, Maria e Lazzaro, amici cari di Gesù. Quando il Signore arriva, Lazzaro è nel sepolcro da quattro giorni. Questo indica che la morte ha ormai vinto senza alcuna speranza umana.
Il Vangelo ci mette davanti alla verità che spesso cerchiamo di dimenticare. La morte fa parte della condizione umana. L'uomo moderno tenta di allontanarla dal pensiero, di nasconderla dietro il benessere, la tecnologia, il divertimento. Ma prima o poi tutti dobbiamo confrontarci con essa. La morte entra nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, nella nostra storia.
Il Vangelo non presenta la morte come una realtà banale. Gesù stesso, davanti alla tomba dell'amico, prova un turbamento profondo. Le lacrime di Gesù Cristo ci mostrano che la morte non è qualcosa di indifferente per Dio. Essa è una ferita nella creazione, una conseguenza del peccato originale, una realtà che provoca dolore anche nel cuore di Cristo. San Giovanni Crisostomo vede in questo pianto la manifestazione della vera umanità di Cristo. Egli condivide il nostro pianto, entra nella nostra sofferenza, la condivide, la porta nel suo cuore.

UNA PAROLA CHE VINCE LA MORTE
Ma proprio davanti alla tomba Gesù si rivela per quello che è dicendo «io sono la risurrezione e la vita». Non dice soltanto che la risurrezione esiste, ma che Lui stesso è la risurrezione. Questo significa che la vita eterna non è solo un evento futuro, ma una relazione con Cristo che inizia già ora.
Qui emerge il cuore della fede cristiana. La morte non ha l'ultima parola. L'ultima parola appartiene a Dio, che è il Dio della vita. Per questo Gesù si avvicina al sepolcro e grida: «Lazzaro, vieni fuori!». È una parola che vince la morte. Sant'Agostino osserva che Gesù chiama Lazzaro per nome. Se non avesse pronunciato il nome, dice il santo di Ippona con un'immagine suggestiva, tutti i morti sarebbero usciti dalle tombe. Questo indica che la chiamata di Dio è personale. Ogni uomo è chiamato alla vita.
Il miracolo di Lazzaro è un segno che anticipa qualcosa di ancora più grande: la risurrezione di Cristo stesso. Pochi giorni dopo questo evento, Gesù entrerà a Gerusalemme e affronterà la sua Passione. Ma la sua morte non sarà una sconfitta. Sarà il passaggio verso la gloria della risurrezione.
Per questo il miracolo di Lazzaro non è solo un fatto passato, ma riguarda anche il nostro futuro. Ogni uomo è destinato a morire, ma la morte non è l'ultima tappa della nostra esistenza. La Chiesa annuncia che la vita continua dopo la morte.
La risurrezione promessa da Cristo non è una semplice sopravvivenza dell'anima. È la trasformazione dell'uomo intero. Il nostro corpo è destinato alla "risurrezione della carne". Ciò che ora è fragile e mortale sarà trasformato dalla potenza di Dio.

LA COLLABORAZIONE DELL'UOMO
Sant'Agostino osserva che il Vangelo racconta tre risurrezioni operate da Gesù (la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro) e interpreta questi tre miracoli come simbolo delle diverse condizioni del peccato. Alcuni peccano nel cuore, come la fanciulla morta nella casa; altri peccano apertamente, come il giovane portato fuori dalla città; altri infine sono ormai immersi nell'abitudine del peccato, come Lazzaro nel sepolcro da quattro giorni. Eppure Cristo può richiamare tutti alla vita.
Quando una persona si allontana da Dio, perde la sua grazia. Può continuare a vivere esteriormente, ma dentro qualcosa si spegne. Il peccato mortale, come dice il nome, introduce nell'uomo la morte spirituale.
Quante persone oggi vivono così. Si lavora, si corre, si organizzano mille attività, ma l'anima rimane come chiusa in un sepolcro. La preghiera scompare, la fede diventa un'abitudine sociale, il Vangelo non orienta più le scelte quotidiane.
Gesù si avvicina al sepolcro e dice: «Togliete la pietra». Dio compie il miracolo, ma chiede anche la collaborazione dell'uomo. Origene commentava che la pietra rappresenta ciò che chiude il cuore alla grazia: l'indurimento dell'anima, l'abitudine al peccato, la mancanza di conversione. Il Signore può risuscitare l'uomo, ma prima bisogna togliere quella pietra.
Nella vita quotidiana questa pietra può assumere forme molto concrete. Può essere un rancore custodito per anni. Può essere una scelta di vita che sappiamo non essere secondo il Vangelo, ma che non vogliamo cambiare. Può essere una fede vissuta superficialmente, senza una vera relazione con Dio.
Pensiamo alla confessione. Molti cristiani la rimandano continuamente oppure confessano sempre gli stessi peccati senza un approfondito esame di coscienza. Oppure non si decidono mai a fare un serio cammino di fede guidati da un padre spirituale. Intanto però la pietra rimane davanti al sepolcro del cuore. Cristo ci invita proprio a togliere quella pietra, per permettere alla sua grazia di operare, di trasformare il cuore di pietra in cuore di carne.
Quando la pietra viene tolta, Gesù grida con voce forte: «Lazzaro, vieni fuori!». In questo grido si può vedere la forza della Parola di Dio. Sant'Ambrogio diceva che la voce di Cristo è più forte della morte. Quando Dio chiama, anche ciò che sembra definitivamente perduto può tornare alla vita. Questo vale anche per la nostra vita. A volte pensiamo che certe situazioni non possano più cambiare. Una famiglia ferita, un rapporto spezzato, una debolezza che si ripete da anni. Eppure il Vangelo ci ricorda che la grazia di Dio è capace di fare ciò che all'uomo sembra impossibile.

SCIOGLIERE LE BENDE
Lazzaro esce dal sepolcro, ma è ancora avvolto nelle bende funerarie. Allora Gesù dice: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Si può vedere in questo gesto l'immagine del cammino della vita cristiana. Sant'Agostino spiegava che il Signore dona la vita nuova, ma la comunità della Chiesa aiuta a sciogliere le bende. Questo avviene attraverso i sacramenti, la predicazione, la correzione fraterna, l'accompagnamento spirituale. In altre parole, la conversione non è solo un momento, ma un cammino. Cristo ci risuscita dal peccato, ma poi dobbiamo imparare giorno dopo giorno a vivere da uomini nuovi.
Ecco perché questo Vangelo è proclamato proprio alla fine della Quaresima. La Chiesa ci sta preparando a contemplare il mistero più grande: la risurrezione di Cristo. Il miracolo fatto a Lazzaro è un segno che anticipa ciò che accadrà a Pasqua con la riapertura delle porte del Paradiso. Infatti Cristo non è venuto soltanto a parlare della vita eterna. È venuto a donarla. E questa vita inizia già ora, quando il cuore si apre alla sua grazia.
Per questo la domanda che Gesù rivolge a Marta rimane la domanda decisiva anche per noi: «Credi tu questo?». Non è solo una domanda teorica. È una domanda che riguarda la nostra vita concreta. Crediamo davvero che Cristo possa darci la vita eterna e risuscitare il nostro corpo alla fine dei tempi? Crediamo inoltre che possa cambiare adesso il nostro cuore? Crediamo che la sua grazia sia più forte delle nostre debolezze?
Se rispondiamo con fede, allora anche per noi si compirà ciò che è avvenuto a Betania. La voce di Cristo continuerà a chiamare ogni uomo fuori dal sepolcro, perché la Pasqua ormai vicina sia un vero passaggio dalla morte alla vita.

 
Fonte: BastaBugie, 18 marzo 2026