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IL RAPPORTO MADRE-FIGLIO SECONDO LA SCIENZA
Cosa sia un embrione, tanti credono di saperlo, ma se glielo chiedi... scena muta! Perché si parla di embrioni come si parla di spread, o di inflazione o di voli su Marte. Serve a fare due chiacchiere, talvolta una litigata, ma sempre (e sottolineo sempre) non cercando di capire, ma cercando di far vincere la propria squadra politica o etica o di calcio. Invece l'embrione umano è una realtà prodigiosa per la scienza, stupefacente e ancora in parte sconosciuta per le sue caratteristiche e per la sua mutevolezza infinita, e non merita di essere tirato in dispute da bar. Vediamo il perché di tanto stupore. Un fenomeno inaudito accade all'arrivo dell'embrione nel corpo materno: non viene distrutto. Eppure è un "estraneo", come lo sarebbe un batterio contro cui le cellule della madre si armano in massa per ricacciare via l'intruso. Invece questo non accade con l'embrione. Per una serie di ormoni che la prima cellula trasmette al corpo della madre, questo non lo riconosce come "nemico" e lo accetta. Allo stesso tempo il corpo della mamma manda all'embrione i suoi ormoni, che servono a farlo crescere e a farlo attaccare con forza alla parete dell'utero.
TUTTO IN UN CONTINUUM
Un embrione è l'inizio della vita, anzi è l'inizio del periodo più interessante, fragile e irripetibile della vita che sono i primi 1.000 giorni di vita, cui ho recentemente dedicato un libro (I primi 1000 giorni d'oro. La puericultura per i genitori e per chi cura i bambini, Ancora, 2024). Embrione è una parola che viene dal greco e che significa «che fiorisce dentro»: ed è davvero un fiorire, tanto che le cellule si trasmettono fra di loro messaggi per far trasformare ogni cellula, nel suo moltiplicarsi, in un organo. E questo dipende da un fenomeno chiamato epigenetica, che consiste nella capacità dell'ambiente di influenzare la maniera con cui il Dna si esprime, con cui poi la cellula produrrà proteine e crescerà diversa dalle altre. Se non ci fosse questo fenomeno, pensateci, tutte le cellule del nostro corpo sarebbero uguali l'una all'altra, mentre l'influenza che una cellula dell'embrione ha sulla vicina e l'influenza che le cellule dell'utero della mamma hanno sulle cellule embrionali fanno sì che ogni cellula prenda la giusta strada, la giusta forma, la giusta attività. E si parla di embrione fino al compimento delle otto settimane dal concepimento, cioè per i primi due mesi, quando ormai già si distinguono la testa, il cuore che inizia a battere e le braccia.
In realtà questa distinzione tra embrione, poi feto, poi bambino, è una distinzione fatta per scopi pratici, cioè - in un certo senso - a fine buono, per non sovraccaricare di illusioni, sapendo che quando si parla di embrione dobbiamo sottolineare la fragilità e anche la possibilità che infezioni o altri eventi lo facciano deperire e morire; il feto è più resistente, più formato, e ancora più formato sarà il bambino, ma tutto in un continuum che non vede momenti magici in cui uno di questi stati assume un valore maggiore degli altri. È come il passaggio dall'infanzia alla pubertà: due stati diversi della persona, ma in un continuum senza salti né colpi di magia. Si può discutere se l'embrione meriti il titolo di persona; in realtà è un problema un po' artefatto, perché purtroppo accade che, nel continuum di sviluppo umano, ci sono dei periodi o degli stadi che vengono considerati meno di altri e questo si sottolinea negando loro il titolo di persona. Questo, per alcuni filosofi, vale per i soggetti adulti con deficit mentali, o quelli in coma, o per i bambini appena nati ma ancora non in grado di reclamare i propri diritti; e paradossalmente per ciascuno di noi quando dorme, perché, se essere persona significa essere cosciente e autodeterminante, chi dorme non lo è.
UN'ALLEANZA VIRTUOSA
Si può obiettare che chi dorme poi si sveglia; ma anche l'embrione poi acquista autocoscienza col crescere e il disabile mentale, se curato, non è escluso che l'acquisterà. Ma in fondo si tratta di riconoscere a ogni essere umano, che sia curabile o incurabile, embrione o vecchio, lo stesso rispetto. Se iniziamo a sezionare, dissezionare, compartimentalizzare la vita umana, dove troveremo il limite per non dare della non-persona a qualcuno che ha delle caratteristiche razziali, religiose, politiche, territoriali diverse dalle nostre? Non è così che nascono tutte le guerre, cioè dal passo di disumanizzare il nemico, di assimilarlo a una "bestia"? Sgombriamo il campo da un equivoco: l'embrione è ancora troppo immaturo per percepire suoni, dolore o altre sensazioni, ma questo non ne fa un essere di "serie B": è un periodo di sviluppo come gli altri, dicevamo. Ma c'è un fatto che lascia davvero a bocca aperta: l'embrione nel suo crescere manda nel sangue della mamma alcune sue cellule. E qui restiamo di nuovo stupefatti dal paradosso che dicevamo all'inizio: la mamma non le distrugge!
Anzi, queste cellule andranno in certi organi della mamma e potranno essere utili addirittura alla mamma stessa, come quelle cellule che finiscono nella sua amigdala, che è il centro nervoso deputato all'umore, e che renderanno la mamma più forte e accogliente in previsione del duro e affascinante lavoro di puerpera. Insomma, sarebbe tanto bello che intorno alla figura dell'embrione non discutessero delle tifoserie che parlano dei suoi diritti o non-diritti come parlerebbero e strillerebbero in un talk-show su chi è meglio che alleni la nazionale italiana. Perché non si crea un'alleanza virtuosa tra chi davvero vuol conoscere e sapere, per approfondire questi temi, conoscere meglio la vita prenatale, la vita del neonato, la vita del bambino piccolo, che ancora trovano tanti ostacoli a essere accettati, rispettati e a ricevere le attenzioni che meritano? Tante patologie dell'adulto nascono proprio qui: dal non trattare bene non solo l'embrione, ma nemmeno i bambini già nati e cresciuti, che nella società occidentale e nei luoghi di guerra trovano un ambiente ostile, che non sa che farsene di loro.
IL RAPPORTO MADRE-FIGLIO di Carlo Bellieni (67 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=RztATc57p90
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