ZUPPI FIRMA LA RESA DEI VESCOVI ITALIANI ALL'ISLAM
L'insegnamento della religione cattolica viene stravolto dal progetto della CEI che prevede le schede per la conoscenza dell'islam (che nascondono la verità sull'islam) fare i conti con la realtà
di Riccardo Cascioli
Cosa vuol dire conoscere l'islam? Ed è il compito della Chiesa italiana promuovere l'islam? Sono le prime domande che sorgono spontanee dopo aver assistito alla «Presentazione delle schede per la conoscenza dell'islam», avvenuta il 21 ottobre nei locali dell'Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Promotrice dell'iniziativa è proprio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - presente il suo presidente, cardinale Matteo Zuppi (nella foto insieme al presidente dell'UCOII, Yassine Baradai) - in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI), e con la partecipazione dei rappresentanti delle principali sigle islamiche in Italia.
Promotori e collaboratori di gran peso, dunque, e significativa anche la sede dell'incontro che indica un coinvolgimento ai massimi livelli nel progetto, soprattutto in un momento in cui alcune sigle dell'islam in Italia stanno spingendo per il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano.
Molto ambizioso anche il progetto, destinato agli insegnanti e agli studenti dell'Ora di religione cattolica, chiamati a formarsi su queste schede, che - dipendesse dal cardinale Zuppi - tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani - dice sempre il presidente della CEI - siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell'islam.
Il progetto consiste in 11 schede che intendono presentare sinteticamente i principali aspetti della religione islamica, la sua storia, la sua teologia, "convergenze e divergenze con il cristianesimo", la sua presenza in Italia. Non è tutto l'islam, come è stato spiegato dai curatori, ma certamente «l'islam autentico», garantito dalla serietà e dalla competenza di chi ha redatto queste schede, un gruppo di lavoro paritetico di studiosi cattolici e islamici (e anche questo è un aspetto da tenere presente su cui torneremo). Per completezza c'è da aggiungere che per il cardinale Zuppi questa «conoscenza condivisa è il contrario dello scontro di civiltà», contro cui si scaglia tirando in ballo anche alcuni giornali i cui titoli - dice con forza il presidente della CEI - «sono pericolosi, da islamofobia».
FARE I CONTI CON LA REALTÀ
In realtà, ad essere pericolosa e sconsiderata è questa operazione della CEI. E per svariati motivi, a cominciare dal contenuto stesso delle schede. Non si mette in discussione l'autorevolezza dei redattori e l'esattezza delle informazioni, ma già a una prima lettura appare evidente che c'è un pregiudizio positivo che tace o minimizza gli aspetti più problematici dell'islam. Evidente quando si parla di fondamentalismo: chi si accostasse per la prima volta alla religione islamica leggendo queste schede avrebbe l'impressione che il fondamentalismo sia un aspetto marginale, rifiutato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, una riedizione in chiave religiosa della vecchia giustificazione sui "compagni che sbagliano".
Ma se così è, come spiega il cardinale Zuppi che non c'è un solo Paese islamico al mondo dove ci sia una vera libertà religiosa? E che tutti i rapporti internazionali confermino di anno in anno che i regimi islamici sono la prima causa di sofferenza per i cristiani, con ben 34 Paesi islamici tra i primi 50 per la persecuzione anticristiana? E per stare all'Italia, come spiegherebbe il presidente della CEI il moltiplicarsi nelle nostre strade di donne completamente coperte fino agli occhi, segnale evidente di quale islam si stia affermando? In un recente Venerdì della Bussola, l'on. Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, ha testimoniato delle violenze quotidiane contro le donne di cui è testimone, ha ricordato le donne musulmane uccise in Italia, convertite al cristianesimo o meno; e ancora, abbiamo visto proprio in queste settimane la costituzione di una Camera arbitrale islamica, un tentativo di imporre una giustizia parallela a quella dello Stato italiano.
E si potrebbe continuare a lungo sulle "amnesie" di queste schede. Conoscere l'islam significa anche fare i conti con la realtà. In questo senso un predecessore di Zuppi alla guida dell'arcidiocesi di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, si dimostrò molto più lungimirante nella famosa Lettera pastorale alla Chiesa di Bologna del settembre 2000.
UN'OCCASIONE PER TUTTI GLI STUDENTI
Ma anche se le schede fossero assolutamente corrette, il progetto CEI - che come ha tenuto a precisare lo stesso Zuppi è un "processo", quindi si arricchirà di altri capitoli - sarebbe comunque sciagurato.
Essenzialmente per due motivi: anzitutto perché se il tema è l'integrazione, il dialogo invece che lo scontro, sono le comunità islamiche chiamate a integrarsi nella cultura italiana e non viceversa. Dovrebbero essere i centri culturali islamici a organizzare incontri e sussidi per spiegare ai fedeli musulmani cosa è il cattolicesimo, ma di questo non c'è traccia. Come mai ai responsabili delle organizzazioni islamiche presenti mercoledì all'ambasciata non è mai venuta un'idea del genere (e mai verrà)? Conoscere l'islam è cosa opportuna ma che gli immigrati di altre religioni imparino cos'è il cattolicesimo dovrebbe essere obbligatorio.
E qui veniamo al secondo motivo, il più importante visto che parliamo della CEI: l'ora di religione cattolica a scuola potrebbe davvero essere un'occasione anche per gli studenti che provengono da altre religioni; invece la CEI vuole rendere obbligatorio per insegnanti di religione cattolica e rispettivi studenti lo studio dell'islam e anche delle altre religioni (le schede sono state già preparate per l'ebraismo e seguirà il resto). In questo modo, oltre al resto, si sta subdolamente cercando di trasformare l'ora di insegnamento della religione cattolica in una sorta di Storia delle religioni, una proposta che da almeno venti anni anni torna periodicamente di attualità grazie a iniziative del mondo politico, della scuola e, ahinoi, anche dall'interno della Chiesa. Due anni fa era stato addirittura il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l'Ecumenismo e il Dialogo, a chiedere questa riforma, motivandola con il solito ritornello del "cambiamento d'epoca" che avrebbe trasformato l'Italia in una società multiculturale e multireligiosa.
Finora tali proposte si sono scontrate con il fatto che sarebbe necessario rimettere mano al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma evidentemente i vertici della CEI hanno pensato di aggirare l'ostacolo procedendo a cambiamenti di fatto. Già oggi l'ora di religione prevede che si parli delle altre confessioni, ma proprio perché l'ora scolastica riguarda l'insegnamento della religione cattolica, questa è anche il criterio con cui accostarsi alle altre religioni. Non per creare pregiudizi, al contrario, per conoscerle sotto una luce vera. Da questo punto di vista è significativo, nel senso di un cambiamento che si vuole imprimere, che le schede proposte ora dalla CEI siano redatte in collaborazione con teologi islamici. E infatti, come abbiamo accennato, hanno gravi carenze.
A suo tempo il cardinale Biffi disse «che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana». Il suo successore, il cardinale Zuppi, ha fatto la sua scelta: gioca per l'islam.
Nota di BastaBugie: Nicola Incampo nell'articolo seguente dal titolo "L'ora di religione: per integrare tutti dev'essere cattolica" parla del cattolicesimo che non è un optional per l'IRC, non richiede un atto di fede, ma offre le basi per comprendere la nostra storia e cultura. Annacquarla o dimezzarla significherebbe negare ai ragazzi, compresi i non credenti, un'occasione formativa unica per capire feste, simboli e valori che plasmano la civiltà in cui vivono e per riaccendere la domanda di senso.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 ottobre 2026:
Ogni anno, al momento dell'iscrizione, gli studenti si trovano davanti alla stessa domanda: «Vuoi avvalerti dell'insegnamento della religione cattolica?». Alcuni rispondono d'istinto, altri ci pensano, altri ancora non sanno bene cosa comporti la scelta. Eppure l'ora di religione, spesso sottovalutata o vista come una pausa dalle materie più «pesanti», è un'occasione formativa unica, capace di unire cultura, riflessione e dialogo. In un mondo dominato dalla fretta e dai social, fermarsi a riflettere è un lusso raro, e l'IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) offre proprio questo: un tempo per pensare. Si affrontano la vita, la morte, la libertà, l'amore, la giustizia, la speranza: temi che toccano credenti e non credenti. Non si tratta solo di «parlare di Dio», ma di confrontarsi su ciò che rende la vita umana degna di essere vissuta.
La religione cattolica fa parte in modo profondo della storia e della cultura italiana ed europea: arte, letteratura, musica e molte leggi e istituzioni sono nate in un contesto segnato dal cristianesimo. Senza un minimo di conoscenza religiosa è difficile comprendere la Divina Commedia, gli affreschi di Giotto o la Cappella Sistina. Frequentare l'IRC significa conoscere meglio il nostro patrimonio e capire festività, simboli e valori che hanno costruito la nostra civiltà. Viviamo in una società multiculturale, e l'IRC, lungi dall'essere chiuso o «solo per i credenti», è un luogo di confronto. Si conosce il cristianesimo, ma anche le altre religioni, comprendendone somiglianze e differenze. Non ci sono voti «per fede» né risposte obbligatorie, solo la voglia di capire e ascoltare: una lezione che parla alla mente e al cuore.
L'IRC è obbligatorio per lo Stato ma facoltativo per gli alunni: è un servizio offerto ai giovani per la loro maturazione. Come ricordano i Vescovi nella nota L'insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, il suo confessionalismo è autentica condizione di laicità. Proprio perché è una scelta, frequentarlo è un gesto di libertà e consapevolezza. L'adesione accompagna l'intero percorso scolastico: quasi l'87% nella scuola dell'infanzia, oltre l'86% alla primaria, oltre l'83% alle medie. Anche alle superiori, quando a firmare sono gli studenti stessi, la maggioranza preferisce l'IRC alle alternative. Non è dunque un'abitudine ereditata passivamente, ma una scelta che i ragazzi, una volta responsabilizzati, confermano in prima persona. C'è però un calo degli avvalentisi, soprattutto alle superiori.
Tra le cause, una è poco considerata: l'insegnante che dimentica l'identità del proprio insegnamento. Stufa i ragazzi con mille rivoli su altre religioni o con vacue «questioni di attualità», di cui non si capisce con quale competenza l'IRC possa trattare. Poi affronta il cattolicesimo solo in seconda battuta, sulla falsariga di un catechismo ridotto a «insegnamento di principi».
Forse, tornando a offrire seriamente ciò che siamo, riaccenderemo la domanda in ragazzi bombardati da idee ma poco provocati da figure vive e autorevoli, identità da ammirare o da cui differenziarsi. Uomini vivi capaci di insegnare. Chi sceglie l'IRC non compie un atto di fede, ma approfondisce un aspetto fondamentale della vita umana e della cultura. I programmi (Bibbia, storia, religioni, problemi attuali ed esistenziali) spaziano su tutto ciò che il cattolicesimo ha incontrato, assunto, vissuto o rigettato. Arrivano fino alla domanda di senso che ogni uomo ha il diritto di incrociare con la risposta della nostra fede. Che cosa deciderà rispetto ad essa, come ricorda il Card. Martini nella lettera Andiamo a scuola, è responsabilità personale. Ma porre il problema del senso di ciò che si studia, in riferimento alle questioni decisive della vita, è il servizio specifico dell'IRC.
Così esso riscopre il suo valore universale, cattolico appunto: ogni dialogo inizia dove i soggetti sono chiari, e il contributo al dialogo tra culture ha bisogno della chiarezza di identità. L'Accordo di revisione del Concordato (legge 121 del 25 marzo 1985, art. 9.2) stabilisce continuità e, insieme, un orientamento nuovo: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado».
L'IRC viene messo in relazione non con l'istruzione pubblica, ma con il patrimonio culturale del popolo italiano e con le finalità della scuola. Questo chiarisce un insegnamento inserito nella formazione culturale dell'alunno e distinto dalla catechesi, che mira a formare il credente. Valore culturale, però, non significa insegnamento dimezzato o generico del cattolicesimo, ma conoscenza precisa e integrale: fonti, contenuti della fede, aspetti di vita, espressioni di culto. Il tutto è orientato a conoscere quella cultura italiana, europea e occidentale che, in letteratura, arte e musica, non si spiega senza il cattolicesimo.
Titolo originale: Zuppi firma la resa dei vescovi italiani all'islam
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23 ottobre 2026