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LA LITURGIA DELLA PAROLA NON ASSOLVE IL PRECETTO DOMENICALE
È un'omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di Colonia, il 30 marzo scorso, in occasione della Messa crismale. Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo».
I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell'Eucaristia. Ma all'Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l'annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l'insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l'Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell'omelia.
«Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l'annuncio della Parola di Dio nell'omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L'esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l'omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po' ovunque, inclusa l'Italia.
L'insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall'Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l'omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l'opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l'omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l'ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l'incarico di "assistenti pastorali", e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall'omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l'utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall'Ordinario del luogo (n. 161).
Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. «Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa con l'Eucaristia e non disabituiamo, attraverso la prassi personale, ancora di più i fedeli dalla possibilità di partecipare quotidianamente alla santa Messa». Anche in questo caso, l'arcivescovo di Colonia colpisce nel segno: purtroppo non sono pochi i sacerdoti che non celebrano quotidianamente la Messa, né mancano le diocesi che concedono ai propri presbiteri un "giorno libero", nel quale il sacerdote omette la celebrazione eucaristica, privando così se stesso, i fedeli e la Chiesa tutta di questo immenso dono di grazia.
Ancora più accorato è il richiamo del cardinale Woelki a non sostituire la santa Messa con la Liturgia della Parola, anche se è prevista la distribuzione della santa Comunione: «In modo persistente e con forza desidero condividere ancora una volta con voi, la mia grande preoccupazione: attraverso una tale prassi siamo sempre più a rischio di perdere la nostra identità cattolica». La piaga che ferisce la diocesi di Colonia è estremamente diffusa in tutta Europa, anche laddove il calo delle vocazioni sacerdotali, seppur significativo, non è ancora così grave da impedire di trovare una chiesa in cui si celebra l'Eucaristia nel raggio di qualche chilometro.
«Dove questa prassi è già in uso», constata Woelki, «sento dire che alcuni fedeli, la domenica, si spostano per andare dove viene celebrata la santa Messa. E grazie a Dio che è così. Altri invece semplicemente non vengono ed altri ancora ritengono che una celebrazione della Parola basta loro e non hanno bisogno di qualcosa di più. Sì, sembra addirittura che ci siano ormai luoghi in cui si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi in futuro indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero». Ed ammonisce: «Questo, cari confratelli, care sorelle e fratelli, questo semplicemente non è più cattolico. E vi chiedo con insistenza di contrastare tutto questo fin da principio».
Questa mentalità non cattolica è sempre più diffusa, anche in Italia; avevamo avuto modo di denunciare (vedi articolo nella nota) come nella diocesi del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e in quella del vicepresidente per l'Italia Settentrionale, mons. Erio Castellucci, la Messa sia stata sostituita dalla Liturgia della Parola per ragioni non accettabili. Il cardinale Woelki chiede che, laddove non sia possibile avere un sacerdote per la Messa, anziché moltiplicare queste liturgie, si provveda a radunare più comunità in una chiesa dove vi sia la celebrazione eucaristica.
Come ricordava San Giovanni Paolo II, «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s'impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l'effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). I fedeli che non hanno gravi impedimenti sono tenuti a cercare e recarsi in una chiesa ove sia celebrata la santa Messa domenicale, non a rimanere nella chiesa più vicina dove non c'è la Messa, o addirittura a casa, magari con la scusa di seguirla in televisione. Al dovere dei fedeli corrisponde però il dovere dei Pastori di offrire questi luoghi, perché i fedeli vi si possano recare, ricordando che la partecipazione alla Liturgia della Parola non assolve il precetto (cf. Notitiæ 248, marzo 1987, 169).
Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Senza la Messa, non c'è stile della comunità che tenga" commenta l'episodio del parroco di Bologna che, a letto con l'influenza, ha incaricato il diacono di celebrare una liturgia della Parola "dimenticando" che questa non è un surrogato dell'Eucaristia. Come si vede i timori del vescovo tedesco si possono benissimo applicare anche alla situazione italiana.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 novembre 2023:
L'episodio legato al parroco di Santa Maria della Carità di Bologna, don Davide Baraldi, raccontato da La Nuova Bussola, merita un approfondimento. Ricordiamo brevemente il cuore della questione: il parroco, non potendo celebrare le SS. Messe domenicali a causa di un'influenza aveva deciso di non cercare un sacerdote che lo sostituisse, ma di incaricare il diacono per la celebrazione di una liturgia della Parola.
A prima vista, sembra che il can. 1248 § 2 del Codice di Diritto Canonico giustifichi la decisione del parroco: «Se per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia o, secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie».
Anzi, sembra persino che don Baraldi abbia fatto qualcosa di lodevole, corrispondendo alla viva raccomandazione presente nel canone citato. Il punto è però che il canone si riferisce a circostanze in cui sia impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, ossia a quelle situazioni in cui non è ragionevolmente possibile recarsi in una Chiesa in cui vengano celebrate SS. Messe legittime, a causa, per esempio, di una distanza tale da rendere non fattibile il viaggio (prudentemente si indica un viaggio di oltre un'ora).
Non si tratta di una personale interpretazione del canone da parte di chi scrive, ma di quella ufficiale dell'allora Congregazione per il Culto Divino. Il 2 giugno 1988, il Cardinale Prefetto, S. Em. Paul Augustin Mayer, firmava il Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero (Notitiæ 263, giugno 1988, 379-392), approvato da Giovanni Paolo II e tutt'ora vigente, nel quale si affermava anzitutto che è di competenza del Vescovo «stabilire se nella propria diocesi debbano aversi regolarmente riunioni domenicali senza la celebrazione dell'Eucaristia» (n. 24). Non può dunque essere un'iniziativa del parroco.
Il Vescovo poi è tenuto ad osservare dei criteri oggettivi, che manifestino la situazione straordinaria di liturgie di questo tipo e non la loro ordinarietà: «prima che il vescovo stabilisca che si facciano riunioni domenicali senza la celebrazione dell'Eucaristia, (…) devono essere esaminate la possibilità di fare ricorso ai presbiteri, anche religiosi, non addetti direttamente alla cura delle anime, e la frequenza alle Messe celebrate nelle diverse chiese e parrocchie» (n. 25). Due principi: cercare sacerdoti che celebrino, recarsi nelle chiese dove la Messa viene celebrata.
Ora, don Baraldi sembra che nemmeno abbia provato a cercare un sacerdote che lo sostituisse per assicurare almeno una Messa, fosse anche quella prefestiva. Almeno, lo si deduce dal criterio che egli ha confidato a Il Resto del Carlino: «Credo sia anche più significativo che un ministro della stessa comunità celebri la liturgia festiva, rispetto a un prete magari sconosciuto che non conosce lo stile della comunità». Lo «stile della comunità» è qualcosa di decisamente subordinato al principio cardine che si debba «mantenere la preminenza della celebrazione eucaristica su tutte le altre azioni pastorali» (n. 25). Anche perché la comunità cristiana è generata e alimentata dal sacrificio eucaristico, non dagli "stili" propri. Don Baraldi pertanto non aveva la semplice facoltà, ma il preciso dovere di cercare un sacerdote che lo sostituisse per assicurare la Messa domenicale ai suoi parrocchiani. Così insegna San Giovanni Paolo II: «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s'impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l'effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49).
Non solo. I parrocchiani di Santa Maria della Carità avevano la possibilità di frequentare altre Messe nelle vicinanze, dal momento che la loro chiesa parrocchiale dista appena un chilometro dalla Cattedrale San Pietro di Bologna, che assicura tre celebrazioni domenicali e una prefestiva. Muovendosi con i mezzi, i fedeli avrebbero potuto raggiungere facilmente anche altre chiese e basiliche in città. È preciso dovere del parroco spiegare che, a quanti non sono inibiti da gravi ragioni, è fatto obbligo di soddisfare il precetto domenicale recandosi altrove, quando non è possibile farlo nella propria parrocchia.
Problema nel problema: la liturgia della Parola non soddisfa il precetto domenicale. Sempre la Congregazione per il Culto Divino aveva fatto conoscere un importante estratto di una risposta del 3 febbraio 1987, data ad un vescovo che domandava appunto delucidazioni sulle celebrazioni domenicali in assenza del sacerdote. In questa risposta si spiegava il senso di quel « si raccomanda vivamente» (valde commendatur) del can. 1248, citato sopra: «ciò significa che nelle comunità in cui manca il sacerdote o nelle quali non è possibile per altra grave causa partecipare all'Eucaristia, i fedeli non sono tenuti al precetto né lo assolvono partecipando alla celebrazione della Parola di Dio, né sono obbligati a partecipare a tale celebrazione» (Notitiæ 248, marzo 1987, 169).
Queste celebrazioni non eucaristiche non permettono dunque di assolvere il precetto, sebbene contribuiscano «a mantenere il senso della domenica, etc», quando non è possibile fare altrimenti. E, in questo senso, sono raccomandate. Non devono pertanto essere pensate come un modo alternativo di soddisfare il precetto. Chi è impossibilitato ad andare alla Messa è già di per sé sollevato dall'adempierlo; chi invece non è impossibilitato, è tenuto a recarsi in un posto ragionevolmente vicino per adempierlo.
Don Baraldi sembra essere (almeno in parte) a conoscenza della cosa, dal momento che al quotidiano di Bologna diceva: «In Italia, che è un Paese ancora tradizionalista, il precetto ordinario è che la domenica si debba andare a messa. Ma anche all'interno della Cei su questo c'è dibattito e se n'è parlato anche nell'ultimo Sinodo». Dunque, sa che "in Italia" (e non solo) il precetto è questo, e di certo non compete a lui modificarlo: dunque, perché ha fatto in modo che i suoi parrocchiani non adempissero al precetto? Perché ha indotto i suoi parrocchiani a compiere un peccato grave (cf. CCC 2181)? Il dibattito nella CEI o durante il Sinodo dispensa forse da seguire il precetto?
Data la totale confusione in cui siamo, ricapitoliamo la normativa per il precetto festivo della Messa (tralasciando l'osservanza del riposo festivo): il precetto si soddisfa solamente partecipando ad una Messa legittimamente celebrata, ossia dove il sacerdote è in piena comunione con la Chiesa, è regolarmente incardinato, e non ha aver ricevuto proibizioni dall'Ordinario. Dal precetto della Messa si è dispensati per una causa seria, come la malattia, il dovere di prendersi cura di malati o bambini quando sia impossibile trovare un temporaneo sostituto, il fatto di trovarsi per necessità in un luogo dove non è possibile raggiungere in un tempo ragionevole una chiesa cattolica. Oppure è il parroco a poter dispensare il fedele che glielo domandi «per una giusta causa» (can. 1245), o a commutare l'obbligo con altre opere, sempre conformemente alle disposizioni del proprio vescovo.
Dati i tempi, è bene ricordare che si soddisfa il precetto quando si è corporalmente presenti alla celebrazione eucaristica: seguire la Messa attraverso i mezzi di comunicazione sociale non permette di soddisfare il precetto. L'assistenza dev'essere poi devota, ossia con attenzione esterna, condizione indispensabile per quella interna.
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