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BLOODY SUDAY, 13 CIVILI DISARMATI CATTOLICI FURONO UCCISI MENTRE MANIFESTAVANO PACIFICAMENTE
«Non riesco a credere alle notizie di oggi», canta Bono nell’attacco della celebre canzone degli irlandesi U2 Sunday Bloody Sunday. Le notizie di un massacro. Ora, dopo oltre 38 anni, si avvicina l’ora della verità e della giustizia per i 14 civili disarmati uccisi dai parà britannici in quella che è passata alla storia come la "domenica di sangue" di Derry, città del Nord-Ovest dell’Irlanda del Nord. Ieri, il quotidiano londinese The Guardian ha anticipato gli esiti dell’inchiesta governativa condotta per ben 12 anni da Lord Saville, la cui presentazione ufficiale è prevista per martedì 15 giugno. Il rapporto qualifica un «certo numero» di decessi come «unlawful», illegittimi. E chiede al governo dell’Irlanda del Nord di processare i responsabili almeno per omicidio colposo.
Qualcuno, insomma, dovrà pagare tra i soldati che, tre minuti dopo le 16 del 30 gennaio 1972, nel quartiere cattolico di Bogside, aprirono il fuoco contro migliaia di manifestanti nazionalisti disarmati che partecipavano a una marcia non autorizzata per i diritti civili. Lasciarono senza vita sul terreno 13 persone, molte neppure maggiorenni. L’ultima vittima morì quattro mesi dopo per le ferite. Lo scoop giornalistico è stato criticato dal ministero britannico per l’Irlanda del Nord e dai parenti di alcune vittime, ma non è stato smentito.
Vicenda ancora lacerante. Qualcuno, tra gli unionisti, teme addirittura che la verità possa incrinare gli equilibri politici che hanno portato a un nuovo governo locale di coalizione, cui Londra ha devoluto molti poteri. La prima inchiesta ufficiale condotta nel 1972 da lord Widgery, accreditò la versione dell’esercito. Secondo la verità «ufficiale» fu legittima difesa, pur con l’ammissione che quattro delle vittime non costituivano un pericolo. In base alle testimonianze, fu subito chiaro che i morti erano innocenti. All’epoca la vicenda fece degenerare la tensione in Ulster tra nazionalisti irlandesi e lealisti fedeli alla Corona britannica, in un conflitto che terminò nel 1998 con un bilancio di 3.500 vittime. Nei quartieri popolari di Belfast e Derry la rabbia per la strage e per l’insabbiamento spinse molti giovani cattolici tra le file dei terroristi dell’Ira. Ma la storia cammina sulle gambe degli uomini, spesso lungo percorsi insoliti. Se arriverà giustizia, sarà merito anche della musica rock, della coscienza di un milite ignoto e di un premier britannico poi fattosi cattolico.
Se infatti gli U2 non avessero scritto nel 1982 Sunday Bloody Sundayin ricordo dell’eccidio, suonandola ancora oggi a ogni concerto, la memoria viva e dolente di quei fatti si sarebbe smorzata. I versi di denuncia scuotono le coscienze a ogni esecuzione. Chissà quante volte li ha ascoltati il «soldato 27», del quale non sapremo mai il nome, perché vive sotto protezione e la cui testimonianza resa a lord Saville ha rotto l’omertà. Ha dichiarato che almeno due suoi commilitoni spararono a sangue freddo sulla folla, come se stessero eseguendo ordini precisi.
Gli altri, ha detto, erano stati «eccitati» dal comando la sera precedente. Ma la tenace battaglia per la verità dei parenti, durata anni, sarebbe stata forse vana se, nel 1998, il premier Tony Blair, allora ancora anglicano, non avesse deciso a sorpresa di riceverli, ordinando una nuova inchiesta. Disse che non gli importava delle conseguenze, i colpevoli dovevano pagare. Ieri qualcuno a Belfast paventava nuovi disordini qualora i killer di quella tragica domenica di 38 anni fa dovessero andare alla sbarra. Ma alle immagini di quei morti in bianco e nero vanno restituiti i colori della giustizia e della dignità. È ciò che chiede una pace duratura.
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Pubblicato 10 anni fa...

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