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IL CORAGGIO DELLA FEDE CATTOLICA IN MEZZO ALLA VIOLENZA IN BURKINA FASO
Essere cristiani in Burkina Faso significa vivere ogni giorno tra paura e fede. La presenza costante di gruppi jihadisti rende pericoloso anche solo confessare Cristo.
Mathieu Sawadogo decise di diventare catechista nel 2003. Dopo quattro anni di formazione, fu inviato con la moglie Pauline a Baasmere, nella diocesi di Dori, dove dal 2015 guidava una comunità di circa 150-200 fedeli.
Nel 2018 la loro vita cambiò per sempre. «Un gruppo venne a casa mia», ha raccontato ad ACS. «Mi chiesero di smettere di pregare e di organizzare funzioni religiose. Non portavano armi ed erano vestiti normalmente. Riconobbi alcuni di loro. "Se continui a fare quello che stai facendo, ti accadranno brutte cose", mi minacciarono».
Prima di andarsene, i miliziani bruciarono i negozi di liquori del villaggio. «La popolazione cristiana era terrorizzata e anch'io ebbi paura, ma pensai: "Non posso smettere di predicare la Parola di Dio, è per questo che sono qui"».
Dopo una seconda visita dei jihadisti, Mathieu e gli altri catechisti della zona si riunirono con il sacerdote e il vescovo. Decisero di restare, ma Mathieu mise in salvo la moglie e i figli.
Il 20 maggio 2018, vigilia di Pentecoste, Pauline tornò a Baasmere per la festa. A mezzogiorno, dieci uomini armati e mascherati irruppero nella loro casa. «Perché sei ancora qui?», gli chiesero.
«Sono un catechista, questo è il mio dovere», rispose.
Lo fecero stendere a terra, lo bendarono e lo legarono mani e piedi. Incendiarono la sua proprietà e lo portarono via in moto. Solo dopo scoprì che anche Pauline era stata rapita: «Aveva chiesto di non essere legata, perché all'epoca era incinta di cinque mesi, ma i terroristi ignorarono la richiesta».
«Dopo la prima notte mi tolsero la benda e mi slegarono, e allora capii che c'era anche lei. Fu terribile. Ma non mi permisero di parlarle per tutto il viaggio».
Arrivati a destinazione, i jihadisti portarono Mathieu davanti al loro capo, un arabo. Gli chiesero di divorziare da sua moglie e di convertirsi all'Islam. «Ogni giorno minacciavano di uccidermi dicendo: "Normalmente ti taglieremmo la gola, ma puoi scegliere come preferisci morire"».
Gli diedero un nome musulmano, bruciarono i suoi vestiti e cercarono di insegnargli la dottrina islamica. «Durante tutto questo periodo, non smisi mai di pregare. Ricordo che una notte recitai settecento Ave Maria, contandole con dei sassolini. In quel periodo la preghiera era l'unica cosa che mi sosteneva. Non ci sentimmo mai abbandonati da Dio, recitare il rosario ogni giorno mi dava forza».
Quando i rapitori capirono che non si sarebbero mai convertiti, iniziarono a discutere tra loro. «Alcuni dicevano che dovevano ucciderci, altri che dovevano liberarci. Infine, un giorno ci dissero che eravamo liberi di andare».
Liberati dopo quattro mesi di prigionia, Mathieu e Pauline riuscirono a farsi aiutare da un pastore, che li condusse in ospedale. Pauline fu visitata, ma il bambino che portava in grembo era già morto.
Mentre raccontava, il volto di Mathieu era rigato dalle lacrime: «Fu un dolore che ci ha segnati per sempre».
Tornato a Baasmere, trovò la casa distrutta. Tra le macerie, solo due oggetti erano rimasti: la sua carta d'identità e la Bibbia.
«Ciò mi commosse molto: era la Bibbia donatami dal Vescovo quando mi affidò il ruolo di catechista». Alla domanda sul perché non abbia ceduto, risponde con voce ferma: «Non potrei mai mentire a Dio, è meglio essere fedeli a Lui che agli uomini. Dobbiamo testimoniare e predicare Colui che seguiamo, ed essergli fedeli».
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Pubblicato 10 anni fa...

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